L’austerity e lo spettro del ’73. Il caro energia tiene in scacco l’Europa
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Redazione Interno
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La tregua di due settimane, faticosamente negoziata per fermare l’escalation con l’Iran e per riaprire lo stretto di Hormuz, ha soltanto attenuato – senza rimuoverlo del tutto – il rischio di una crisi energetica su larga scala. Eppure, il conflitto in corso continua a evocare, nelle parole degli stessi funzionari europei, lo spettro del 1973, quando la chiusura del canale di Suez gettò l’Occidente in una recessione alimentata dal caro-petrolio. L’Unione europea, pur senza gridare all’emergenza immediata, ha già iniziato a preparare un pacchetto di misure che, se le minacce di Trump non dovessero arretrare, potrebbero tradursi in un periodo di austerity più profondo e strutturato rispetto a qualsiasi precedente recente.
Petrolio, prezzi in salita ma forniture al sicuro (per aprile)
Al termine della riunione del gruppo di coordinamento sul petrolio, tenutasi a Bruxelles, un funzionario Ue ha voluto tranquillizzare i mercati: «Non si registrano rischi di interruzione delle forniture, né se ne prevedono per aprile». Una dichiarazione che, pur nella sua rassicurante immediatezza, lascia intravedere l’altra faccia della medaglia, ovvero l’impatto già visibile sui prezzi. Questi ultimi, dopo aver superato la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, sono tornati a scendere grazie alla tregua, ma la volatilità resta elevata. Il gas, intanto, si attesta sui 44 euro a megawattora sul mercato di Amsterdam, in calo rispetto ai 53 euro del 7 aprile, ma ancora lontano dai valori fisiologici di un anno fa. «L’Ue dispone di strumenti per gestire la crisi», ha precisato la stessa fonte, aggiungendo che sono in fase di preparazione azioni concrete «per aiutare gli Stati membri a mitigare l’impatto».
Nessun lockdown energetico (per ora), ma il piano c’era già
A far tirare un sospiro di sollievo, più della tregua in sé, è stata la consapevolezza che il temuto lockdown energetico – con il suo corredo di razionamenti e limitazioni – resta per il momento un’ipotesi accantonata. Eppure, nelle ore precedenti alla tregua, l’idea di un intervento drastico si era diffusa con rapidità, alimentata da un’intervista rilasciata al Corriere della Sera dal ministro della Difesa Guido Crosetto: «Non tutto, ma molto potrebbe bloccarsi», aveva detto domenica, innescando una serie di ipotesi tecniche poi circolate nei palazzi romani. Si parlava di condizionatori limitati a una temperatura minima, lavoro da casa reso obbligatorio per intere categorie, targhe alterne per le automobili, illuminazione ridotta per monumenti ed edifici pubblici, fino alla rimodulazione delle produzioni delle industrie più energivore, come quelle dell’acciaio e della meccanica.
Il gruppo Ue sul petrolio: nessun rischio imminente, ma i prezzi preoccupano
La riunione dell’8 aprile del gruppo di coordinamento ad hoc sul petrolio – convocato dalla Commissione europea per monitorare la sicurezza energetica sullo sfondo delle tensioni internazionali – ha ribadito un concetto chiave: nessun rischio immediato per le forniture, ma crescente attenzione all’andamento dei prezzi. Non è un dettaglio da poco, perché l’impennata delle quotazioni, se prolungata, finirebbe per agire come una tassa occulta su famiglie e imprese, riducendo i margini di manovra degli Stati membri già appesantiti dal debito. Il pacchetto di misure in preparazione, di cui il funzionario Ue ha confermato l’esistenza senza entrare nel dettaglio, dovrebbe servire proprio a evitare che l’aumento dei prezzi si trasformi in una crisi sociale prima ancora che energetica. Per ora, nessun provvedimento è stato attivato. Ma la fibrillazione del cartario – vale a dire del sistema delle scorte e delle riserve strategiche – racconta di un’Europa che ha imparato la lezione del ’73 e non vuole trovarsi impreparata una seconda volta.




