Crisi energetica, l’ombra dell’austerity 1973 torna a incombere sull’economia mondiale

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Lo shock generato dalla nuova Guerra del Golfo – quella che vede Stati Uniti e Israele contrapposti all’Iran, in un escalation che ha già coinvolto i principali produttori di petrolio – rischia di innescare una recessione persino più violenta di quella provocata dal Covid. Cinquantatré anni dopo il primo grande choc petrolifero, lo spettro di un piano di austerità globale, che molti ricordano solo dai libri di storia, sta ridiventando una prospettiva concreta per famiglie e imprese di ogni continente. L’attuale scenario geopolitico, va detto, non assomiglia affatto a una crisi localizzata: si tratta piuttosto di un cortocircuito planetario, dove ogni rifornimento diventa incerto e ogni prezzo, specie quello dei carburanti, sembra aver perso qualsiasi riferimento stabile.

Il blocco di Hormuz e l’impennata dei prezzi

L’elemento scatenante, in questa fase, è rappresentato dalla decisione iraniana di interrompere il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz: un passaggio strategico attraverso il quale transitano quotidianamente migliaia di navi petroliere e gasiere. La loro improvvisa messa in quarantena, insieme ai missili che hanno colpito impianti e infrastrutture in Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar, ha letteralmente fatto schizzare il costo del greggio e dei suoi derivati. Ne consegue un effetto domino – già visibile dalle code ai distributori in Francia come nelle Filippine – che restituisce l’immagine di un mondo tornato indietro di mezzo secolo. Le proteste per la benzina, va osservato, non sono più un fenomeno circoscritto ai Paesi in via di sviluppo: investono ormai le economie centrali, smascherando la fragilità di un sistema logistico che si credeva ormai immune da simili colli di bottiglia.

Mercati in tilt e l’incognita inflazione

Sulle piazze finanziarie globali, la volatilità è diventata l’unica costante. Le tariffe doganali, tornate di prepotenza nell’agenda commerciale di diverse nazioni, si sommano alle tensioni USA–Iran e alimentano una spirale rialzista dei prezzi del petrolio. Quest’ultima, a sua volta, gonfia l’inflazione e spinge verso l’alto i rendimenti obbligazionari, mentre le azioni subiscono una pressione crescente. Gli investitori – e con loro le banche centrali – si trovano costretti a ricalcolare il rischio sovrano e quello d’impresa su base quasi giornaliera. Nessuno, per il momento, azzarda previsioni tranquillizzanti: l’austerity, intesa come riduzione forzata dei consumi energetici e razionamento delle risorse, rientra nel novero delle ipotesi operative, tanto in Europa quanto in Asia.

Dalla Francia alle Filippine, il ritorno alla sobrietà forzata

Segni tangibili di questa nuova fase si colgono già nelle abitudini quotidiane. In Francia, i blocchi stradali e gli scioperi dei trasportatori riecheggiano le proteste dei “gilet gialli”, ma con una posta in gioco ancora più alta: il diritto a muoversi, a riscaldarsi, a produrre. Nelle Filippine, il governo ha dovuto reintrodurre tessere annonarie per l’acquisto limitato di benzina. Nessuna di queste misure, finora, è stata battezzata ufficialmente come “piano di austerità”, eppure la sostanza – code, tessere, orari contingentati per l’uso di auto e condizionatori – ripropone fedelmente lo scenario del 1973. Si tratta, in altre parole, di un adattamento silenzioso e già in corso, che non attende proclami solenni per modificare la vita di milioni di persone.

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