Crollo della produzione Stellantis in Italia, lo stabilimento di Atessa perde quasi un quarto dei veicoli
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Redazione Economia
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I dati, che emergono con fredda precisione dal report trimestrale elaborato dalla Fim Cisl, non lasciano adito a interpretazioni ottimistiche e fotografano una contrazione industriale di proporzioni ormai croniche. Nello stabilimento di Atessa, un tempo conosciuto come Sevel, che rappresenta un pilastro per la produzione nazionale di veicoli commerciali, nei primi nove mesi del 2025 sono usciti dagli hangar appena 114.060 mezzi. Questa cifra, che si traduce in un calo del 23,9% se paragonata allo stesso periodo del 2024, segna il punto più basso di una parabola discendente innescata da un progressivo, e poi drastico, ridursi degli ordini.
La crisi nello stabilimento di Atessa
La flessione, inizialmente concentrata sui modelli cabinati, ha successivamente intaccato anche il segmento dei van, costringendo la direzione aziendale a ricorrere in modo strutturale agli ammortizzatori sociali. La cassa integrazione, secondo quanto documentato dal sindacato, ha coinvolto in media settecento lavoratori al giorno, toccando in alcuni frangenti picchi che si avvicinano al migliaio di unità.
Il quadro nazionale preoccupante
Questo declino non è un caso isolato, ma si inserisce in un quadro nazionale ancor più preoccupante, che vede l’intero sistema produttivo di Stellantis in Italia avvitarsi su sé stesso. L’obiettivo politico, più volte ribadito dal governo e dal ministro del Made in Italy, di raggiungere la soglia simbolica del milione di vetture prodotte annualmente nel Paese, appare oggi distante come non mai. Le cifre diffuse dalla federazione dei metalmeccanici della Cisl, infatti, descrivono una realtà ben diversa: la produzione complessiva del gruppo nel territorio italiano, calcolata sempre nel periodo gennaio-settembre, si è infatti fermata a 265.490 veicoli. Un numero che, oltre a rappresentare un crollo del 31,5% su base annua, equivale a poco più di un quarto del traguardo prefissato dalle istituzioni.
Un calo storico per l'automotive italiano
La crisi, del resto, assume contorni storici se si allarga lo sguardo al comparto automobilistico nazionale nel suo insieme. Quella che sta uscendo dalle fabbriche italiane nel 2025 è una quantità di automobili che riporta indietro l’orologio della produzione di settant’anni, attestandosi su valori che sembravano ormai superati dalla storia industriale del Paese. L’ultimo trimestre, da luglio a settembre, non ha portato inversioni di tendenza, ma anzi ha registrato un ulteriore netto peggioramento rispetto a un 2024 i cui numeri erano già considerati catastrofici dagli analisti di settore.
La mappa dell'emergenza e le risposte insufficienti
L’analisi della Fim, che scandaglia la situazione stabilimento per stabilimento, fornisce la mappa dettagliata di un’emergenza che non risparmia nessuno dei siti produttivi. Il rapporto, con la sua periodicità, funge da termometro infallibile della febbre che attanaglia la manifattura automobilistica, mostrando come il calo degli ordinativi abbia costretto a riduzioni dell’attività che ormai non possono più considerarsi contingenti. La risposta, finora, è stata un ricorso massiccio alla cassa integrazione, una misura che, se da un lato attutisce l’impatto sociale immediato, dall’altro non affronta le cause profonde di un ridimensionamento che appare sempre più strutturale.




