Addio a Vincenzo D’Agostino, il paroliere che ha scritto la colonna sonora di Napoli

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La musica napoletana, e con essa un pezzo consistente della canzone d’autore italiana, ha perso una delle sue penne più prolifiche e rappresentative. Vincenzo D’Agostino, per tutti “il Mogol dei neomelodici”, si è spento all’età di sessantaquattro anni presso l’Ospedale del Mare di Napoli, città nella quale era nato nel lontano 1961. L’artista, che avrebbe compiuto sessantacinque anni il prossimo 15 settembre, lottava da tempo contro un tumore ai polmoni; nelle ultime ore, una crisi respiratoria, degenerata poi in un fatale arresto cardiaco, ne ha causato il decesso. La notizia, diffusasi nel tardo pomeriggio, è stata comunicata ufficialmente da Gigi D’Alessio, suo storico sodale, attraverso un post su Instagram che ritraeva i due in un abbraccio e accompagnato da una didascalia laconica quanto densa di significato: “Senza parole”. Un silenzio, quello del cantante, che pesa come un macigno sull’intero ambiente musicale, privato di un artigiano della parola capace di cesellare sentimenti in dialetto.

Un fiume in piena di versi e melodie: i numeri di una carriera straordinaria

Parlare di Vincenzo D’Agostino significa fare i conti con una mole di lavoro impressionante, un lascito che travalica la semplice produzione discografica per diventare patrimonio collettivo. Nell’arco di quarant’anni di ininterrotta attività, iniziati negli anni Ottanta all’ombra del Vesuvio, ha firmato la bellezza di oltre tremilaseicento brani, un catalogo sterminato che ha venduto più di venti milioni di copie in tutto il mondo, spaziando dalla tradizione classica partenopea ai vertici delle classifiche pop, fino a toccare i record contemporanei dello streaming. Basti pensare al fenomeno globale di “Rossetto e caffè”, il brano interpretato da Sal Da Vinci che ha superato i quattrocentocinquanta milioni di ascolti complessivi tra piattaforme digitali, visualizzazioni su YouTube e condivisioni sui social, a dimostrazione di una verve poetica capace di parlare con la medesima efficacia sia ai frequentatori delle antiche sceneggiate che alla Generazione Z. La sua ispirazione, come ebbe modo di raccontare egli stesso, nasceva per strada, in particolare al “bar delle cofecchie” di Porta Capuana, dove ascoltava le confidenze e le storie della gente comune, quelle di amori tormentati, gelosie e riscatto sociale, trasformandole poi in versi immediati e universali.

Il sodalizio con Gigi D’Alessio e i trionfi sul palco dell’Ariston

Il nome di D’Agostino, in ogni caso, resta indissolubilmente legato a quello di Gigi D’Alessio, un’intesa artistica e umana nata nei primi anni Novanta e proseguita ininterrottamente per oltre un trentennio. Fu lui, del resto, a scrivere i testi di alcune delle hit che hanno segnato la scalata del cantante, da “Annarè” a “Cient’anne” — quest’ultima idealmente interpretata come un passaggio di testimone da Mario Merola — passando per “Non mollare mai”, “Mon Amour” e “Como suena el corazon”. Un’intesa che non conosceva confini geografici e che si è imposta anche sul palcoscenico più mediatico della musica leggera, quello del Festival di Sanremo. Per l’amico e collega, D’Agostino confezionò brani come “Non dirgli mai” nel 2000, “Tu che ne sai” l’anno successivo, “L’amore che non c’è” nel 2005 e, ancora, “Respirare” nel 2012, interpretata in coppia con Loredana Bertè. La sua versatilità, però, lo portava a scrivere anche per altri interpreti di primo piano: per Anna Tatangelo firmò la sanremese “Ragazza di periferia” (2005) e per Sal Da Vinci un altro pezzo destinato a restare, “Non riesco a farti innamorare”, che valse un terzo posto nella classifica finale della kermesse ligure nel 2009. Artisti del calibro di Nino D’Angelo, Carmelo Zappulla, Gigi Finizio e lo stesso Mario Merola, con cui collaborò agli albori, hanno attinto alla sua vena creativa.

L’eredità artistica e il tributo mancato: il film e il concerto mai visto

A rendere ancora più amara la scomparsa, contribuiscono due circostanze che avrebbero dovuto rappresentare un meritato omaggio al suo genio. Da un lato, il mondo del cinema stava per celebrare il suo legame con D’Alessio nel biopic “Solo se canti tu”, diretto da Luca Miniero, un film che ripercorre la Napoli degli anni Ottanta e la nascita di quel fortunato sodalizio; nel lungometraggio, l’attore Renato De Simone avrebbe prestato proprio il volto a D’Agostino, in un racconto che avrebbe incluso anche alcuni degli ultimi inediti scritti a quattro mani dalla coppia. Dall’altro lato, il destino ha voluto che il paroliere non potesse assistere al concerto-tributo che amici e familiari, con in testa la figlia Melania, avevano organizzato per il prossimo 3 aprile al Palapartenope di Napoli. L’evento, intitolato “Stasera t’aggia dicere na cosa” e andato sold-out in poche ore, avrebbe visto salire sul palco il gotha della canzone partenopea per rendere omaggio a un uomo che, come ha scritto Sal Da Vinci sui social, “in punta di piedi se ne è andato”, lasciando però una voce capace di risuonare per sempre. Quella stessa voce che, nelle ultime settimane, aveva partorito “Comme si bella”, un’intima dedica alla figlia scritta insieme al genero Gianni Fiorellino, quasi fosse l’estremo, personale sigillo prima del commiato.

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