La caccia a Bastoni continua, dagli spalti di Lecce a quelli di Como, e il silenzio di Coverciano diventa l'unica risposta possibile

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’onda sonora del dissenso, quella che dai gradoni del Via del Mare si è propagata fino alle tribune del Sinigaglia, non accenna a placarsi, e il suo obiettivo è sempre lo stesso: il numero 95 dell’Inter, Alessandro Bastoni. Quel che era nato come un coro isolato di disappunto, subito dopo la partita con la Juventus e quella sciagurata simulazione che è costata l’espulsione a Kalulu – un gesto tecnico, per carità, accompagnato però da un’esultanza fin troppo provocatoria – si è trasformato in un vero e proprio rituale, in una colonna sonora fissa che accompagna ogni sua uscita pubblica lontano da San Siro. Diciannove giorni e passa sono trascorsi da quel derby d’Italia, eppure il “caso Bastoni” non solo non si è esaurito, ma ha varcato i confini del tifo organizzato per diventare una strana forma di coalizione popolare, trasversale e geograficamente estesa, che unisce il Salento alla provincia lombarda.

In molti, a questo punto, si chiedono se abbia ancora senso perseverare in questa persecuzione acustica, e la risposta che arriva dagli addetti ai lavori, da chi il calcio lo vive quotidianamente, sembra essere unanime nel chiedere una tregua. Non tanto per proteggere il giocatore nerazzurro – che pure, va detto, ha ammesso l’errore in conferenza stampa con una franchezza che in pochi avrebbero avuto, parlando di “trance agonistica” e di una reazione “molto brutta ma molto umana” -2 – quanto per salvaguardare il clima in vista di impegni ben più gravosi. Perché dietro l’angolo, o meglio, tra meno di un mese, ci sono gli spareggi per il Mondiale, e l’Italia di Gennaro Gattuso non può permettersi il lusso di arrivare all’appuntamento con uno dei suoi difensori titolari psicologicamente logorato da un’acrimonia che non sembra volersi attenuare.

Gattuso, dal canto suo, le idee le ha chiarissime, e non è mai passato per la testa del ct, così come in nessuna stanza della Federazione, di prendere in considerazione l’ipotesi di una esclusione. Sarebbe, quella sì, una sciocchezza perbenista che nulla avrebbe a che fare con il merito tecnico. Si racconta anzi che Rino, nei giorni immediatamente successivi alla bufera, quando il caso era incandescente e i social si trasformavano in un girone dantesco di insulti, abbia cercato Bastoni al telefono per una chiacchierata da fratello maggiore, per stringersi attorno a lui e per metterlo al riparo, per quanto possibile, da quel rumore di fondo che rischiava di diventare assordante. Una chiamata, quella di Ringhio, che è valsa più di tante dichiarazioni pubbliche, perché andava a toccare il nervo scoperto della persona prima ancora che del calciatore: un conto è essere fischiato, un altro è vedere la propria moglie bersagliata da minacce di morte o auguri di malattia, come lo stesso Bastoni ha avuto modo di raccontare, con amarezza, nel tentativo di far capire dove finisce il tifo e inizia la barbarie.

Cristian Chivu, il suo tecnico all’Inter, ha scelto una linea diversa ma altrettanto netta: quella di non alimentare ulteriormente la polemica, di non dare fiato alle trombe dei moralisti che si sono improvvisamente scoperti paladini della sportività. L’allenatore nerazzurro, dopo l’ennesima pioggia di fischi al Sinigaglia, non ha visto un Bastoni abbattuto o a terra, ma un professionista concentrato sulla partita, capace di isolare il rumore esterno per badare al sodo. Del resto, come ha avuto modo di sottolineare anche Massimo Mauro, se si dovesse fischiare ogni calciatore che simula o che esagera un contatto, gli stadi italiani dovrebbero fischiare in continuazione, senza soluzione di continuità, perché è un problema che riguarda la stragrande maggioranza dei reparti offensivi e non solo. Sandro Sabatini, intervenendo sulla questione a Radio Sportiva, ha fatto notare come i fischi a Bastoni, per quanto umanamente spiacevoli, rappresentino comunque una forma di protesta più civile di tante altre, e ha invitato alla coerenza: perché quando veniva fischiato Lukaku andava bene, e ora invece ci si scandalizza? -8

C’è, in tutta questa vicenda, un paradosso di fondo che non sfugge a chi ha memoria lunga. Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, con la franchezza del tifoso interista ma anche con l’equilibrio richiesto dal suo ruolo, ha ricordato come certi commentatori televisivi, oggi pronti a ergersi a censori del comportamento di Bastoni, vantino nel loro passato professionale filmati di simulazioni a dir poco incredibili: citando esplicitamente Chiellini e Del Piero, Sala ha invitato tutti ad andarci piano con la rabbia e con la violenza verbale, perché sui social poi si scatenano effetti imprevedibili e pericolosi. Un conto è fischiare uno che ha furbato, un conto è scatenare una gogna che finisce per colpire familiari e bambini. La differenza, evidentemente, non è poi così sottile, eppure in molti, nella foga del momento, sembrano averla smarrita per strada.

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