Jane Fonda, la frecciata a Barbra Streisand per il tributo a Robert Redford
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La notte degli Oscar, quella del 2026, si è portata dietro il consueto strascico di polemiche, inevitabili quando si raduna il gotha di Hollywood sotto i riflettori del Dolby Theatre. Se il In Memoriam è da sempre il segmento più atteso e delicato della cerimonia, quello capace di commuovere la platea e il pubblico da casa, quest'anno a far discutere non è stata tanto l'inevitabile dimenticanza di qualche volto noto, quanto piuttosto la scelta di chi quel tributo dovesse condurlo. L’attenzione, per una volta, si è spostata dai defunti ai vivi, e in particolare su due mostri sacri del cinema americano: Barbra Streisand e Jane Fonda.
Tutto è nato quando l’Academy ha affidato a Barbra Streisand l’onere e l’onore di ricordare Robert Redford, la cui scomparsa lo scorso settembre aveva lasciato un vuoto incolmabile nel panorama cinematografico mondiale. Streisand, visibilmente emozionata, è salita sul palco e ha intonato The Way We Were, la celebre canzone del film Come eravamo che la vedeva accanto a Redford nel 1973, accompagnando le note con un discorso intimo e personale. Ha raccontato di quando lui inizialmente rifiutò la parte, perché il personaggio "non aveva spina dorsale", per poi tessere le lodi di un uomo che definito "un cowboy intellettuale", capace di farsi strada a testa alta nel mondo delle immagini in movimento.
Eppure, proprio mentre l'emozione per le parole della cantante e regista ancora aleggiava nella sala, un’altra voce si è levata, seppur a cerimonia conclusa, per avanzare una pretesa del tutto inaspettata. Jane Fonda, intercettata sul tappeto rosso della festa di Vanity Fair da Entertainment Tonight, non ha nascosto un certo stupore, misto a una punta di gelosia professionale, per la scelta operata dall’organizzazione. Con la schiettezza che da sempre contraddistingue le sue apparizioni pubbliche, la Fonda ha voluto capire le ragioni di una preferenza che, ai suoi occhi, appariva quantomeno discutibile.
Il criterio della contesa: un solo film contro cinque decenni di carriera
Il ragionamento della Fonda, esposto con quel tono volutamente ironico che ha caratterizzato tutta la sua uscita pubblica, si è basato su un dato oggettivo e inconfutabile: la filmografia condivisa con Redford. "Voglio sapere perché Streisand era lassù a farlo per Redford", ha dichiarato l'attrice, "lei ha fatto un solo film con lui. Io quattro. Ho più cose da raccontare". Un'affermazione, la sua, che ha immediatamente fatto il giro del mondo, alimentando le cronache di un dopo-Oscar alla ricerca di un nuovo capitolo da aggiungere al libro dei retroscena.
In realtà, l'attrice due volte premio Oscar non si riferiva a quattro, bensì a cinque pellicole se si considera l'esordio nel 1960 con Una donna per ringiovanire, ma il succo del discorso non cambiava: il suo legame professionale con l'attore scomparso attraversava oltre cinquant'anni di cinema. Si andava da La caccia del 1966, diretto da Arthur Penn, alla commedia brillante A piedi nudi nel parco del 1967, per arrivare al Cavaliere elettrico del 1979, ancora una volta per la regia di Sydney Pollack, e infine a quel gioiello malinconico e introspettivo che è stato Le nostre anime di notte del 2017, presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia.
È proprio su quest'ultima pellicola che la Fonda ha costruito la sua personale rivendicazione. In quell'occasione, i due attori, all'epoca rispettivamente di settantanove e ottantuno anni, erano stati premiati con il Leone d'Oro alla carriera, quasi a suggellare una storia d'amicizia e di sodalizio artistico che aveva attraversato generazioni di spettatori. La Streisand, dal canto suo, poteva vantare un solo, seppur iconico, film in coppia con Redford. Ma quel film, Come eravamo, era stato un fenomeno culturale e commerciale di tale portata da rimanere impresso nell'immaginario collettivo come una delle love story più tormentate e indimenticabili degli anni Settanta, e la sua colonna sonora, proprio grazie alla voce della Streisand, aveva vinto l'Oscar per la migliore canzone originale nel 1974.
L'ironia come scudo e il ricordo personale di un amico
Lungi dal configurare una vera e propria lite, l'intervento della Fonda andava letto in controluce, come un affettuoso quanto pungente promemoria rivolto all'Academy, quasi a dire che forse, per una volta, si sarebbe potuta seguire una traccia diversa, più personale e meno scontata. "Ero sempre innamorata di lui", ha confessato la Fonda al reporter, abbandonando per un istante il tono scherzoso per lasciare spazio alla malinconia. "Era l'essere umano più meraviglioso e aveva dei valori straordinari. Ha fatto tantissimo per il cinema, lo ha cambiato, ha dato voce al cinema indipendente".
D'altronde, quando Redford se n'era andato, la stessa Fonda aveva rilasciato dichiarazioni di un dolore profondo e sincero, parlando di lacrime incontenibili e di un vuoto incolmabile. La sua uscita agli Oscar, quindi, non andava interpretata come una critica nei confronti della collega, quanto piuttosto come il rammarico di non aver potuto rendere omaggio pubblicamente a un amico, a un compagno di tante avventure cinematografiche, in un contesto solenne come quello della notte delle stelle. Un rammarico legittimo, quello di chi per decenni ha incrociato lo sguardo e le battute con Redford, costruendo un'empatia che andava ben oltre il ciak e le luci del set.
Il tributo formale e il valore della memoria condivisa
Dal palco, intanto, la Streisand aveva offerto una performance che di certo non passava inosservata. La sua interpretazione di The Way We Were rappresentava un evento di per sé, considerando che l'artista aveva di fatto abbandonato le esibizioni dal vivo dal 2000. Nel suo discorso, la regista di Yentl aveva ricordato con affetto i soprannomi che Redford le riservava, quel "Babs" che lui amava usare per stuzzicarla, e la complicità che si era creata sul set, dove nessuno dei due sapeva mai cosa l'altro avrebbe fatto realmente nella scena successiva. Una testimonianza, la sua, che restituiva l'immagine di un uomo complesso e affascinante, capace di coniugare la disciplina del western con la raffinatezza intellettuale di chi ama l'arte in tutte le sue forme.
Che la scelta fosse ricaduta su di lei, in fondo, non stupiva più di tanto: il connubio tra la sua voce e le immagini del film del 1973 era ormai un cortocircuito emotivo garantito, capace di strappare una lacrima anche ai più distratti. Ma la stoccata della Fonda, seppur velata dall'ironia, aveva aperto uno squarcio su un aspetto più intimo e forse meno considerato dagli organizzatori: quello della durata e della profondità dei legami. Perché se è vero che la memoria collettiva spesso si fissa su un'immagine sola, su una pellicola che diventa simbolo di un'intera generazione, è altrettanto vero che l'amicizia e la stima si nutrono di piccoli gesti, di collaborazioni reiterate nel tempo, di sguardi incrociati sul set di film magari meno celebrati ma non per questo meno significativi.
Nel bailamme del dopo cerimonia, mentre i social media si infiammavano per commentare la presunta rivalità tra due colonne portanti del cinema mondiale, restava il dato di fatto di una serata dedicata alla memoria, con tutte le contraddizioni e le scelte opinabili che un evento del genere inevitabilmente comporta. La Fonda, da par suo, aveva già voltato pagina, tornando a parlare del suo amore per Redford e del suo impegno civile, lasciando che la polemica si dissolvesse come neve al sole, proprio come accade per molte delle storie che Hollywood racconta e che, puntualmente, dimentica.




