Quel «delicato incanto» alieno di Spielberg: vent’anni fa era «Taken», molto più di un’antecedente di «Disclosure Day»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un momento, nel corso della monumentale miniserie Taken (2002), in cui un bambino esce di casa nel cuore della notte, attirato da uno scoiattolo blu di proporzioni improbabili che gli appare alla finestra. La creatura – animata, bisbigliante – lo conduce in una radura; l’albero fatato in cui dovrebbe trovarsi la tana si rivela per ciò che è realmente: un’astronave mimetizzata, un luogo di sottrazione e di spaesamento assoluto.
È un’immagine che disorienta, che fonde la meraviglia infantile con l’orrore puro di una violazione silenziosa; chi l’aveva rimossa se la ritrova davanti, nitida, mentre guarda Disclosure Day. Perché il nuovo film di Steven Spielberg – quello in cui Emily Blunt traduce in mondovisione l’invito “Ascoltate” da parte di un’entità esausta e grigiastra – non è affatto il primo tentativo del regista di costruire una mitologia organica attorno ai dischi volanti, ai corpi recuperati a Roswell e agli ibridi cresciuti in segreto nel deserto del Nevada.
Una saga familiare in dieci capitoli, dimenticata dai più
Prima che la corsa contro il tempo di Daniel Kellner (Josh O’Connor) e della meteorologa Margaret Fairchild monopolizzasse le sale, Spielberg aveva già prodotto e plasmato – come «creatore della storia», recita il credits – una narrazione perlomeno altrettanto ambiziosa: Taken, andata in onda sul canale Syfy (all’epoca ancora Sci Fi Channel) per dieci serate consecutive. Se il film del 2026 procede per sottrazione, condensando decenni di insabbiamenti in un inseguimento notturno tra stazioni televisive e uffici aziendali, la miniserie sceglie la strada opposta.
Segue tre dinastie (i Keys, i Crawford e i Clarke) dal 1944 fino agli albori del nuovo millennio, mostrandoci come l’impatto con una razza tecnologicamente superiore deformi i legami di sangue, i matrimoni e le carriere militari di chi entra in contatto con il segreto. L’ossessione per le generazioni, per i figli che ereditano i traumi dei padri (o gli impianti alieni nel collo), è il vero filo rosso che unisce le due opere.
Roswell, ibridi e il «dispositivo» che anticipa l’estetica del 2026
La critica, ai tempi, sottolineò come Taken facesse un uso quasi etnografico dei luoghi comuni dell’ufologia – il recupero dei relitti nel deserto del New Mexico, i corpicini dissezionati nelle basi sotterranee, la fallimentare ricerca di un incrocio genetico che dia ai “grigi” una parvenza di sopravvivenza sulla Terra. Oggi, a guardarla con gli occhi di chi ha appena visto il finale di Disclosure Day (quel carrello dell’anziano extraterrestre che rotola in uno studio televisivo), la coincidenza è quasi inquietante.
In entrambe le trame, l’elemento centrale è un artefatto enigmatico: nel 2002, una sorta di pugnale o “bastone” capace di emettere frequenze che impazzano i soldati; nel 2026, un congegno che assomiglia a una bacchetta, il cui funzionamento – ammette lo sceneggiatore David Koepp – «se avesse anche solo un potere in più, sarebbe troppo».
La regia, fluida e straniante, costruisce la tensione più sulla morale che sull’azione; le scene di lotta sono poche, spesso sostituite da lunghi primi piani di personaggi che cercano di decifrare la disperazione negli occhi di un essere venuto da un altro sistema solare.
L’assenza di facili eroismi e il realismo sporco della guerra fredda
Se Disclosure Day mette in scena un wrestling grottesco nelle battute iniziali – una finzione che i presenti sanno essere arte ma che scelgono di credere vera –, Taken ambienta la sua prima ora di racconto nella Seconda guerra mondiale, tra piloti che vedono “foo fighters” inseguire i loro aerei. L’effetto è simile: la spettacolarità del contatto viene costantemente rotta da un realismo sporco, burocratico.
Il perfido capitano Owen Crawford (Joel Gretsch) non agisce per sadismo gratuito, ma per calcolo: vuole consigliare il presidente, e per farlo è disposto a far internare la moglie e a silenziare testimoni scomodi con una freddezza che ricorda i peggiori thriller politici degli anni Settanta. Non ci sono predestinati salvatori in questa saga, né abbracci luminosi in cima a una montagna. C’è solo la noia ossessiva dei database militari, la rassegnazione di chi ha capito che la verità – semmai uscisse – finirebbe in una nota a piè di pagina nei telegiornali.




