Un calice di vino al giorno e la riduzione del rischio di infarto: Bassetti rilancia lo studio spagnolo
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Redazione Salute
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Torna a far discutere, e non potrebbe essere altrimenti vista la sua caratura e il ruolo che ricopre alla guida delle Malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova, Matteo Bassetti. Il noto infettivologo è tornato sull'annosa questione, un vero e proprio vulnus nel dibattito pubblico, che riguarda il consumo di vino e, più in generale, delle bevande alcoliche, riaccendendo i riflettori su un recente lavoro di ricerca spagnolo. La domanda, semplice solo in apparenza, è sempre quella: un calice di vino al giorno, quello che per decenni è stato considerato un pilastro della dieta mediterranea, fa bene o fa male alla salute? Per Bassetti, che non ha mai nascosto il suo fastidio per quelle che definisce posizioni "estremiste e assolutiste", la risposta va cercata in una differenza sostanziale, quella tra uso moderato e abuso, che proprio non può essere ignorata in un dibattito serio.
Il punto di partenza della riflessione, ripresa dal direttore del San Martino, è la constatazione, supportata dalla comunità scientifica, che l'etanolo è un agente cancerogeno. Un dato di fatto, questo, che l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha più volte ribadito, inserendolo nell'elenco delle sostanze dannose. Tuttavia, e qui sta il nucleo dell'argomentazione di Bassetti, il vino non è solo alcol. Al suo interno, spiega l'immunologo, e lo fanno notare anche diverse analisi condotte sulla composizione della bevanda, coesistono altre sostanze, tra cui spiccano i polifenoli, che invece per l'organismo umano rappresentano un apporto tutt'altro che negativo. È proprio su questo equilibrio, sulla compresenza di elementi potenzialmente nocivi ad altri invece benefici, che si gioca la partita della ricerca scientifica, chiamata a districare una matassa complessa fatta di dosaggi, abitudini e stili di vita.
A fornire nuova linfa a questa posizione, è uno studio condotto in Spagna e pubblicato sulle pagine dell'autorevole European Heart Journal. La ricerca, che ha coinvolto un campione significativo di individui seguiti per un periodo prolungato, ha cercato di valutare l'associazione tra l'aderenza alla dieta mediterranea e il rischio di incorrere in eventi cardiovascolari maggiori, come l'infarto o l'ictus. I risultati, come riportato da Bassetti, sembrerebbero indicare che il consumo moderato di vino, inserito in un contesto alimentare sano e bilanciato, possa effettivamente giocare un ruolo protettivo. In particolare, si è osservato che coloro i quali includevano uno o due bicchieri di vino nella loro alimentazione quotidiana, mostravano una riduzione del rischio cardiovascolare ben più marcata rispetto a chi seguiva la stessa dieta ma si asteneva completamente dalla bevanda.
I numeri dello studio e il meccanismo protettivo dei polifenoli
I dati diffusi, che è bene sempre maneggiare con la dovuta cautela tipica della comunità scientifica, parlano di una riduzione del rischio di eventi cardiovascolari maggiori che arriverebbe fino al 45% in chi consuma vino con moderazione, contro il 16% di chi invece non ne beve affatto, sempre nell'ambito di un'alimentazione mediterranea. Un dato, quest'ultimo, che se da un lato conferma la bontà della dieta in sé, dall'altro suggerisce un effetto aggiuntivo del vino, che agirebbe su più fronti. I meccanismi ipotizzati dai ricercatori, e che trovano riscontro in altre analisi di laboratorio, riguardano la capacità del vino, specialmente quello rosso, di aumentare i livelli di colesterolo HDL, quello comunemente definito "buono", e di ridurre contestualmente il colesterolo LDL, il "cattivo". A ciò si aggiungerebbero gli effetti antinfiammatori e antiossidanti dei già citati polifenoli, molecole che aiutano a contrastare lo stress ossidativo delle cellule e a migliorare la funzione dell'endotelio, il sottile strato di cellule che riveste l'interno dei vasi sanguigni.
La linea sottile tra beneficio e rischio: il concetto di moderazione secondo Bassetti
Tuttavia, e il condizionale in questi casi è d'obbligo, il quadro non è così semplice e lineare come potrebbe apparire. Lo stesso studio spagnolo, infatti, pone dei paletti invalicabili, sottolineando come l'effetto protettivo svanisca, e anzi si trasformi in un fattore di rischio aggiuntivo, nel momento in cui si supera una certa soglia. Bere più di due o tre bicchieri al giorno, infatti, non solo non porta alcun beneficio cardiaco, ma espone l'individuo a tutti i rischi legati all'abuso di alcol, a partire da quelli oncologici. È su questo punto che Bassetti insiste con maggiore forza, nel tentativo di separare il grano dal loglio. La sua non è una battaglia a favore del bere indiscriminato, ma una difesa di un alimento, come lo definisce lui, che è parte integrante della cultura e della tradizione enogastronomica italiana. Una tradizione, questa, che andrebbe preservata da comunicazioni allarmistiche, le quali, a suo avviso, finiscono per equiparare un calice di vino rosso consumato a tavola a un superalcolico bevuto fuori pasto, senza tenere conto del contesto, delle dosi e della presenza di altre sostanze che, come i polifenoli, possono addirittura mitigare gli effetti negativi dell'etanolo.
Le domande aperte sul metabolismo e l'assenza di benefici nei giovani adulti
Un altro elemento di interesse emerso dalla ricerca spagnola, e che merita di essere approfondito, riguarda la fascia d'età presa in esame. Lo studio ha infatti evidenziato come nei soggetti più giovani, quelli al di sotto dei quarant'anni, non si sia registrata alcuna associazione significativa tra il consumo di vino e la riduzione delle malattie cardiovascolari. Un dato, questo, che apre nuovi interrogativi sul metabolismo e sulla differente risposta dell'organismo all'alcol nelle varie fasi della vita, e che suggerisce come i potenziali effetti benefici del consumo moderato possano manifestarsi principalmente in una popolazione più anziana, o comunque in individui che presentano già un certo profilo di rischio. Un'ulteriore conferma, se mai ce ne fosse bisogno, della complessità dell'argomento e della necessità di evitare generalizzazioni che, nella loro semplicità, rischiano di essere fuorvianti.




