Van Dijk e Klopp contro i cooling break: “Pause per la tv, non per i giocatori”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Ci sono regole che, sotto l’egida della tutela fisica degli atleti, finiscono per svelare ben altre priorità. E il caso dei cosiddetti cooling break, introdotti in via obbligatoria per tutti gli incontri dei Mondiali 2026 – una pausa di tre minuti a metà del primo e del secondo tempo, indipendentemente dalla temperatura effettiva o dalla presenza di impianti climatizzati – ha ormai superato il semplice dibattito sportivo per trasformarsi in un vero e proprio caso mediatico.

A riaccendere la miccia, dopo il pareggio per 2-2 tra Olanda e Giappone, ci ha pensato il capitano olandese, Virgil van Dijk, il quale non ha usato giri di parole nell'esprimere un fastidio che, a sentire le sue parole, è innanzitutto quello dello spettatore da casa. “Ho guardato quasi tutte le partite finora – ha dichiarato il difensore del Liverpool –. Ogni volta che si va in pubblicità, non mi piace molto. Per chi guarda in tv non è granché”.

Una posizione, la sua, che non rigetta a priori l’utilità della sosta – van Dijk stesso ammette che “se fa davvero caldo, ovviamente è una cosa buona” – ma che ne contesta l’automatismo, chiedendo invece una valutazione partita per partita.

La partita, insomma, si fermerebbe più per necessità dei broadcaster che per effettivi rischi legati all’afa, e a sostegno di questa tesi non mancano gli episodi concreti come la gara tra Stati Uniti e Paraguay, dove l’arbitro è stato costretto ad attendere la fine del carosello pubblicitario prima di far ripartire il gioco nonostante i calciatori fossero già pronti.

Il calcio a quattro tempi e l’americanizzazione della Coppa

L’effetto più evidente di questa novità regolamentare – voluta dalla FIFA e applicata a prescindere dalle condizioni climatiche, tanto da essere stata attivata persino in stadi coperti e climatizzati come nel caso di Germania-Curaçao – è la frammentazione del flusso di gioco. Quello che una volta era un racconto continuo di 45 minuti per tempo si è trasformato in una partita spezzettata in quattro frazioni, sul modello del basket o della NFL, dove gli spot pubblicitari scandiscono i tempi morti.

E se la motivazione ufficiale è quella di preservare la salute dei calciatori dal caldo (sebbene nella partita inaugurale Messico-Sudafrica la temperatura fosse di soli 23 gradi ), per molti osservatori si tratta di una scelta dettata esclusivamente dalle logiche di mercato: durante quei tre minuti, le emittenti televisive hanno la possibilità di mandare in onda spot pubblicitari, generando introiti milionari.

Secondo alcune stime, uno spot di trenta secondi durante le partite della fase iniziale può costare circa duecentomila dollari, cifra che schizza a settecentocinquantamila quando in campo c'è la nazionale americana. Una cifra, quest’ultima, che spiega bene perché la macchina organizzativa sia disposta a sacrificare la purezza del gioco in nome del profitto.

Klopp e la “gabbia dorata” costruita per gli sponsor

Se il capitano olandese si è limitato a una critica educata ma ferma, a innalzare il tono della polemica ci ha pensato Jurgen Klopp, oggi responsabile globale del calcio per il gruppo Red Bull, il quale ha utilizzato la sua tribuna da opinionista per l’emittente tedesca ZDF senza risparmiare bordate all’operato della FIFA. “Queste pause ai Mondiali sono fatte solo per la tv e i loro sponsor – ha attaccato l’ex tecnico del Liverpool –. Si tratta soltanto di una gabbia dorata costruita per gli sponsor”.

Un’immagine, quella della “gabbia dorata”, che sintetizza alla perfezione la duplicità di una misura che si presenta come uno scudo per i calciatori ma che, nella pratica, li trasforma in pedine funzionali ai tempi della pubblicità. “Quando ho visto i giocatori restare fermi durante una pausa per il caldo mentre i tempi televisivi dettavano il ritmo della partita – ha proseguito Klopp – non ho potuto fare a meno di chiedermi: a chi serve davvero il Mondiale? Ai tifosi? Ai giocatori? O agli inserzionisti?”.

Una domanda retorica, quella del tecnico tedesco, la cui risposta appare già scritta nei fatti: il calcio, da evento principale, rischia di diventare “la musica di sottofondo di uno spettacolo pubblicitario”, un’interruzione tra uno spot e l’altro. E non è la prima volta che Klopp si scaglia contro le scelte della FIFA, lui che già nel 2021 aveva accusato l’organismo di “non ascoltare i calciatori” e di costringerli a “calendari disumani”.

Un malcontento diffuso che parte dal campo

Il malessere raccontato da Van Dijk e tuonato da Klopp non è, a ben vedere, una posizione isolata. Nel dietro le quinte di questo Mondiale a 48 squadre – che prevede ben 104 partite complessive – diversi commissari tecnici hanno sollevato perplessità simili, pur con toni diversi. Il ct degli Stati Uniti, Mauricio Pochettino, ha ammesso che le pause “non mi piacciono. Vanno bene quando le condizioni sono estreme, ma quando sono buone è superfluo”.

Didier Deschamps, alla guida della Francia, ha invece sottolineato l’aspetto legato alla continuità del gioco (“Quei tre minuti interrompono tutto”), prima di aggiungere con una punta di sarcasmo: “Ma le emittenti sono contente, no?”. Un fronte, quello degli allenatori, che si unisce dunque alle rimostranze dei calciatori, i quali si ritrovano a dover gestire un ritmo innaturale imposto non dall’arbitro ma dai responsabili della trasmissione televisiva a bordo campo.

Quello che emerge, insomma, è il ritratto di un calcio che cambia pelle: non più uno sport padrone dei propri spazi, ma un prodotto confezionato su misura per gli inserzionisti, dove il fischio d’inizio e quello di fine partita sono separati da una sequenza di stop pubblicitari che nulla hanno a che vedere con la salute degli atleti.

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