Buyback, lo scontro sulla tassa che non colpisce solo le banche
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Redazione Economia
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La consueta telenovela estiva sul cosiddetto “contributo” da chiedere al settore bancario per finanziare la manovra continua a far litigare il centrodestra, sebbene l’ipotesi tecnica allo studio – una nuova imposta sui buyback azionari – riguarderebbe, in base a determinate soglie di capitalizzazione, tutte le società quotate e non soltanto gli istituti di credito. Antonio Tajani, leader di Forza Italia, ha ribadito con nettezza la propria opposizione a quella che è percepita come una persecuzione settoriale, dichiarandosi «contrario a studiare un modo per fare la persecuzione delle banche, siamo contrari a mettere tasse a chiunque».
I buyback, operazioni attraverso cui una società riacquista azioni proprie dal mercato, sono uno strumento utilizzato da colossi come Unicredit, Intesa Sanpaolo, ma anche Eni ed Enel, il cui effetto principale – a beneficio degli azionisti – è quello di sostenere il corso titolo attraverso la riduzione del numero di azioni in circolazione. Il governo starebbe valutando di introdurre, per tali operazioni, un’imposta di registro commisurata all’entità del riacquisto e un ritocco della tassazione sulle plusvalenze a carico degli stessi azionisti, con l’aliquota che salirebbe dal 26 al 30 per cento.
Questo cantiere fiscale, che si aggiunge al recente accordo da 4,4 miliardi sulle DTA per il biennio 2025-2026, si inserisce in un contesto di difficoltà nel reperire le ingenti risorse necessarie a finanziare gli impegni della legge di Bilancio. La lista dei desideri della coalizione è infatti lunga e include, tra le altre voci, la riduzione dell’Irpef per il ceto medio, il superbonus 2.0 per il piano Casa, nuovi interventi sul sistema pensionistico e la rottamazione delle cartelle esattoriali.




