Il fronte europeo si allarga contro Francesca Albanese, Tajani: “Inevitabile chiederne le dimissioni”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La pressione diplomatica sulla relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, si è trasformata in un’onda d’urto che attraversa il continente. Dopo la mossa iniziale della Francia, seguita a ruota dalla Germania, anche l’Italia ha ufficializzato la propria posizione, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani che da Monaco ha definito “inevitabile” la richiesta di dimissioni della giurista italiana. Le sue dichiarazioni pubbliche e il suo comportamento, ha aggiunto il vicepresidente del Consiglio, non sarebbero più “adeguati al rango che ha”, specialmente per chi ricopre un incarico in un organismo deputato alla pace e alle garanzie internazionali come le Nazioni Unite -1-6.

Non si tratta, però, di un'iniziativa isolata del governo guidato da Giorgia Meloni. Alla posizione espressa da Parigi e Berlino si sono accodate nelle ultime ore anche Vienna e Praga: la ministra austriaca Beate Meinl-Reisinger, seppur dopo aver rimosso un messaggio social particolarmente duro, e il suo omologo ceco Petr Macinka hanno infatti chiesto pubblicamente la testa della relatrice, alimentando un fronte comune che vede diversi alleati storici degli Stati Uniti (con il presidente Trump tornato alla Casa Bianca) chiedere un intervento formale al Palazzo di Vetro -2-7. Un vero e proprio domino diplomatico che affonda le radici in un intervento tenuto da Albanese al forum di Al Jazeera a Doha, dove avrebbe, secondo una lettura caldeggiata da alcuni think tank filo-israeliani e rilanciata dalla deputata transalpina Caroline Yadan, definito Israele il “nemico comune dell'umanità” -3-8.

Una petizione di Fratelli d’Italia e le accuse di “inquisizione”

Sul piano interno, la mobilitazione contro Albanese ha assunto i contorni di una campagna popolare promossa da Fratelli d’Italia, che ha lanciato una raccolta firme online per chiedere alle Nazioni Unite la revoca immediata del mandato. Sul sito del partito si legge che la relatrice, con le sue esternazioni, avrebbe “superato ogni limite” e sarebbe “diventata motivo di imbarazzo”, dimostrando una “palese incompatibilità con la neutralità richiesta dal suo ruolo” -3-8. L'iniziativa, accompagnata da una grafica realizzata con strumenti di intelligenza artificiale, mira a fare pressione sul Segretariato Onu affinché rimuova chi, secondo Via della Scrofa, abusa della propria posizione per promuovere una visione “parziale e divisiva”.

Albanese, dal canto suo, non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro. Intervistata da Al Jazeera Mubasher, ha ribadito con forza che non si dimetterà, definendo gli attacchi nei suoi confronti una mera campagna diffamatoria mirata a distogliere l’attenzione dal genocidio in corso a Gaza e dall’avanzata coloniale in Cisgiordania -4. La relatrice ha rincarato la dose sui suoi profili social, denunciando che “l'inquisizione è tornata” e pubblicando integralmente il video del suo discorso per smentire le accuse di aver mai equiparato lo Stato ebraico al nemico comune. Quel nemico, ha precisato, è piuttosto “il sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina, compreso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile” -2-6.

La difesa dell’Onu e la reazione dei lord britannici

Mentre i governi di mezza Europa ne chiedono la testa, dalle Nazioni Unite arriva una presa di posizione a tutela dell’indipendenza dei propri esperti. Il portavoce del segretario generale António Guterres, Stéphane Dujarric, ha ricordato che “non sempre condividiamo le posizioni di Albanese”, ma ha sottolineato come spetti agli Stati membri utilizzare i meccanismi istituzionali previsti per esprimere il proprio dissenso, piuttosto che attaccare personalmente la titolare di un mandato indipendente -6-7. Una linea ribadita anche dall’Ufficio per i diritti umani, che ha espresso “forte preoccupazione” per le minacce e la disinformazione che circondano figure come Albanese, il cui lavoro, seppur scomodo, andrebbe valutato nel merito e non attraverso campagne ad personam -9.

Parallelamente, la pressione su Londra si è fatta sentire: una quarantina di membri della Camera dei Lord, trasversalmente tra maggioranza e opposizione, hanno scritto al Foreign Office per sostenere le richieste di dimissioni, accusando Albanese di aver minimizzato le atrocità del 7 ottobre descrivendo Gaza come un “campo di concentramento” e azzardando paragoni con l’Olocausto -1-2. Critiche che si sommano a quelle già espresse dal ministro francese Jean-Noël Barrot, secondo il quale le parole della relatrice non colpirebbero le politiche del governo israeliano – legittimamente criticabili – ma “Israele come popolo e come nazione”, un passaggio che Parigi ha giudicato “assolutamente inaccettabile” -7-10.

La solitudine di una voce scomoda

Dietro la bufera mediatica e diplomatica, emergono dettagli che delineano una solitudine istituzionale, ma anche una rete di solidarietà. Francesca Albanese ha ricevuto l’appoggio pubblico di alcuni colleghi delle Nazioni Unite, come il relatore per il diritto alla casa, Balakrishnan Rajagopal, che ha definito “vergognoso” il comportamento degli Stati europei, invitandoli a rettificare una posizione basata su “informazioni errate e disinformazione evidente” -7. Un gruppo indipendente di funzionari Onu, attuali e passati, ha firmato un comunicato in sua difesa, sottolineando come la Francia e gli altri governi stiano attaccando il messaggero piuttosto che confrontarsi con il contenuto dei rapporti che denunciano le violazioni del diritto internazionale -5.

La relatrice, che non percepisce alcun stipendio per il suo incarico e che è già stata bersaglio di sanzioni personali da parte dell’amministrazione Trump – compreso il congelamento di beni e il divieto di ingresso negli Stati Uniti per partecipare ai lavori Onu a New York – trae la sua forza, come ha dichiarato, dalla resistenza dei palestinesi e in particolare delle madri di Gaza -4-9. Mentre il Patriarca di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, la descrive come una figura “controversa ma coraggiosa”, capace di sollecitare l’attenzione sul dramma dei palestinesi anche con argomenti che taluni possono ritenere “opportuni o inopportuni”, il cerchio si stringe attorno a lei -1-2. La partita, ora, si gioca nei palazzi della diplomazia internazionale, dove l’ipotesi di una rimozione forzata appare comunque complessa da realizzare, vista la tradizionale indipendenza degli esperti e il forte sostegno alla causa palestinese all’interno del Consiglio per i diritti umani.

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