Francesca Albanese, il comitato di esperti dell’Onu respinge la richiesta di dimissioni: “Accuse basate su disinformazione”
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Redazione Esteri
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La richiesta di dimissioni presentata da alcuni governi, tra cui quello francese e italiano, nei confronti di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi, è stata formalmente respinta da un comitato di esperti dell’organizzazione. Il Coordination Committee delle Special Procedures, un organo composto da sei membri indipendenti che opera sotto l’egida dell’Alto commissariato per i diritti umani, ha diffuso un comunicato nel quale si definisce la campagna contro la giurista come un attacco costruito su fondamenta manipolatorie. Gli esperti denunciano, senza mezzi termini, come le pressioni per un passo indietro da parte di Albanese siano il frutto di una strategia basata su fatti inventati e, citano testualmente, su dichiarazioni che la relatrice non ha mai rilasciato. Il comitato ha voluto sottolineare il carattere allarmante di questa vicenda, esprimendo preoccupazione per quello che appare come un aumento sistematico di attacchi politicamente motivati e maliziosi contro esperti indipendenti di diritti umani, funzionari Onu e persino giudici di tribunali internazionali il cui unico scopo sarebbe quello di accertare responsabilità.
La genesi della polemica e la smentita della clip manipolata
Tutto era nato da un intervento di Francesca Albanese al Forum di Doha, organizzato dalla rete Al Jazeera lo scorso 7 febbraio. Nel giro di poche ore, una clip del suo discorso aveva iniziato a circolare sui social network, attribuendole la frase secondo cui Israele sarebbe il “nemico comune dell’umanità”. Una ricostruzione che ha innescato una reazione diplomatica immediata: il ministro degli Esteri francese, Jean-Noel Barrot, aveva accusato Albanese di aver oltrepassato ogni limite, chiedendone pubblicamente le dimissioni e definendo le sue parole come oltraggiose e lesive non della politica del governo israeliano, bensì di Israele in quanto popolo e nazione. Alla Francia si erano rapidamente accodati altri paesi europei, inclusa la Germania, e lo stesso governo italiano aveva fatto sentire la propria voce. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, in più occasioni, aveva definito le affermazioni della relatrice inadeguate al suo ruolo all'interno di un organismo di pace e garanzia come le Nazioni Unite. Tuttavia, la verifica del video integrale ha smentito la lettura fornita dai governi. Come sottolineato dal comitato di esperti Onu, e come ribadito dalla stessa Albanese in diverse interviste, le sue parole non identificavano lo Stato d’Israele come nemico, ma bensì un sistema più ampio e complesso. Un sistema che, a suo dire, avrebbe permesso e sostenuto il genocidio in Palestina attraverso il supporto finanziario, le armi e la manipolazione dell’informazione, e che lei aveva indicato come il vero “nemico comune dell’umanità”. La relatrice ha parlato di un’operazione di disinformazione orchestrata, con una clip tagliata ad arte e privata del contesto necessario per comprendere il suo pensiero.
Il ruolo dei governi e la posizione italiana tra maggioranza e opposizione
Nonostante la presa di posizione del comitato Onu, che ha di fatto blindato il mandato di Albanese rigettando le accuse di antisemitismo, le tensioni politiche non si sono placate. In Italia, la vicenda ha assunto i contorni di uno scontro parlamentare. La Lega ha presentato una risoluzione alla Camera per chiedere formalmente al governo di unirsi alla Francia e ad altri paesi nel sostenere la richiesta di rimozione della relatrice in seno al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. I firmatari del partito di via Bellerio, tra cui esponenti di spicco della Commissione Affari Esteri, hanno parlato di dichiarazioni incompatibili con il principio di neutralità che ci si aspetterebbe da una figura Onu, arrivando a definire la sua presenza come una potenziale minaccia per l’immagine stessa dell’organizzazione internazionale. Al contrario, le opposizioni hanno preso le difese della giurista italiana. Esponenti di Avs e del Movimento 5 Stelle hanno denunciato quella che considerano una strumentalizzazione politica, una campagna costruita per colpire una voce scomoda che, con documenti alla mano, denuncia i crimini commessi dal governo israeliano e le complicità della comunità internazionale. Angelo Bonelli, tra gli altri, ha accusato i governi europei di fare affari con Benjamin Netanyahu mentre si scagliano contro chi denuncia un genocidio, parlando di una vera e propria manipolazione del video ad opera di organizzazioni che da tempo portano avanti campagne contro le Nazioni Unite.
L’intervento del portavoce di Guterres e le reazioni internazionali
A complicare il quadro, già di per sé teso, era intervenuta anche la voce del Segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, sebbene attraverso una nota distinta da quella del comitato di esperti. Il suo portavoce, Stephane Dujarric, aveva dichiarato che il Segretario generale non condivideva gran parte delle affermazioni fatte da Francesca Albanese, pur precisando che la questione dei rapporti con i relatori speciali è una materia che compete agli Stati membri. Una presa di distanza che, se da un lato non ne metteva in discussione la permanenza in carica, dall’altro evidenziava l’esistenza di frizioni interne al Palazzo di Vetro. Oltre alla Francia e all’Italia, anche la Repubblica Ceca e l’Austria hanno ufficializzato la richiesta di rimozione, mentre un gruppo di membri della Camera dei Lord britannica ha scritto al Foreign Office per sollecitare una posizione analoga. Il fronte dei sostenitori di Albanese, tuttavia, può contare su voci autorevoli come quella del patriarca di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, che pur definendola una figura controversa ne ha riconosciuto il coraggio nel sollecitare l’attenzione sul dramma di Gaza, al di là di ogni giudizio sull’opportunità o meno delle sue argomentazioni. La decisione del comitato di esperti rappresenta quindi un baluardo procedurale che, almeno per il momento, mette al riparo la relatrice dalle pressioni diplomatiche e le consente di proseguire nel suo incarico di monitoraggio sui Territori palestinesi occupati.




