Israele approva la registrazione di terre in Cisgiordania, primo passo verso l’annessione
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Redazione Esteri
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Il governo israeliano ha dato il via libera alla riapertura del processo di registrazione fondiaria in Cisgiordania, una procedura che era stata congelata sin dal 1967, l'anno della guerra dei Sei Giorgi e della conseguente occupazione del territorio. La decisione, formalizzata in una nota congiunta dei ministri della Difesa Israel Katz, delle Finanze Bezalel Smotrich e della Giustizia Yariv Levin, riguarda in particolare l’Area C, quella vasta porzione – circa il 60% dell'intera Cisgiordania – che in base agli accordi di Oslo rimane sotto il pieno controllo militare e amministrativo israeliano -2-6. Si tratta, di fatto, della prima volta in quasi sessant'anni che vaste zone di quest'area vengono ufficialmente dichiarate “proprietà statali” di Israele, un meccanismo che, di fatto, apre la strada alla regolarizzazione di decine di aziende agricole e avamposti, completando quello che la televisione pubblica Kan ha definito senza mezzi termini “un altro passo verso l’annessione” -6.
La mossa, come hanno tenuto a sottolineare i promotori, si propone di creare un quadro “legale” per le acquisizioni fondiarie, laddove fino a oggi i coloni acquistavano terreni per il tramite di società private. Smotrich, leader dell'estrema destra religiosa e lui stesso residente in un insediamento, ha parlato di una “rivoluzione dell'insediamento” e del mantenimento della presenza israeliana “sull'intera estensione della nostra terra” -2. Per il ministro della Difesa Katz si tratta invece di una “misura necessaria” per garantire la libertà operativa delle forze di sicurezza e contrastare quelle che vengono definite “infrastrutture terroristiche”, nonché per opporsi a iniziative unilaterali palestinesi nell’area -2. La decisione, infatti, è stata presentata come una risposta a presunte procedure illegali di registrazione fondiaria che l'Autorità Nazionale Palestinese starebbe portando avanti nella medesima zona C -8.
La reazione della presidenza palestinese e il nodo del diritto internazionale
Immediata e durissima la condanna da parte di Ramallah. L'ufficio del presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, ha parlato di “grave escalation” e di “palese violazione del diritto internazionale”, equiparando la misura a una vera e propria annessione de facto dei territori occupati -4-9. Il timore, espresso anche dall'organizzazione israeliana anti-insediamenti Peace Now, è che questa decisione si traduca in un esproprio massiccio di terre ai danni dei palestinesi. Il meccanismo, spiegano gli esperti, è insidioso: quando lo Stato avvierà il processo di registrazione per un'area, chiunque vanti un diritto di proprietà dovrà produrre documenti probatori. Nella realtà dei fatti, per i proprietari terrieri palestinesi dimostrare il possesso di terreni spesso non registrati formalmente, in un contesto di occupazione militare che dura da decenni, diventa un'impresa estremamente complessa, se non impossibile -4-6. Hagit Ofran, direttrice del programma Settlement Watch di Peace Now, ha avvertito che questo permetterà allo Stato di ottenere il controllo di quasi tutta l'Area C, inviando di fatto i palestinesi a provare la loro proprietà in un modo che non riusciranno mai a fare -4.
Le reazioni internazionali e il ruolo dell'amministrazione Trump
Sul piano internazionale, la reazione più netta è arrivata dall'Unione Europea. L'Alta rappresentante per gli affari esteri, Kaja Kallas, insieme alle commissarie Hadja Lahbib e Dubravka Šuica, ha rilasciato una dichiarazione congiunta in cui definisce le nuove misure israeliane “controproducenti e incompatibili con il diritto internazionale” -1. Bruxelles ha espresso il timore che questa iniziativa rischi di minare gli sforzi in corso per la stabilizzazione regionale e il processo di pace, ribadendo la posizione di non riconoscimento della sovranità israeliana sui territori occupati nel 1967 e l'impegno per la soluzione dei due Stati -1-5. La dichiarazione, che cita il rischio per il delicato status quo dei luoghi religiosi, è un chiaro monito a non procedere su questa strada che allontana ogni possibilità di ripresa di un negoziato -1.
Sullo sfondo di questa delicata partita gioca un ruolo centrale la posizione di Washington. Con Donald Trump nuovamente alla presidenza degli Stati Uniti, l'esecutivo israeliano si muove in un contesto politico ben diverso dal passato. Sebbene la Casa Bianca, per bocca di un funzionario, abbia ribadito la propria opposizione a un'annessione formale, sottolineando che una Cisgiordania stabile è funzionale alla sicurezza di Israele e agli obiettivi di pace dell'amministrazione, è altrettanto vero che l'inquilino della Casa Bianca non ha posto un veto esplicito a questa misura e, soprattutto, non ha tentato di frenare l'accelerazione impressa da Netanyahu alla costruzione di insediamenti -10. La decisione, di fatto, arriva a ridosso di un incontro tra lo stesso primo ministro israeliano e il presidente americano a Washington, quasi a suggellare un'intesa di fondo su una linea più aggressiva nei territori -10. La mossa israeliana, in questo senso, testa la reazione della nuova amministrazione, cercando di spostare sempre più in là l'asticella di ciò che è considerato accettabile, in un'area in cui i diritti di proprietà e il controllo del territorio sono da sempre il cuore pulsante del conflitto.




