Israele riavvia la registrazione di terre in Cisgiordania, per i palestinesi è un passo verso l'annessione
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Redazione Esteri
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Il governo israeliano ha dato il via libera a una misura che, di fatto, riapre un capitolo chiuso dal 1967: la registrazione di vaste aree della Cisgiordania come proprietà statali israeliane. La decisione, approvata dal gabinetto per la sicurezza e caldeggiata in particolare dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e dal collega della Difesa Israel Katz, entrambi esponenti di spicco dell'ala più nazionalista e religiosa dell'esecutivo, riguarda prevalentemente la cosiddetta Area C. Questa zona, che rappresenta circa il 60% del territorio cisgiordano e include la vallata del Giordano e la maggior parte delle aree desertiche, è sotto pieno controllo militare e amministrativo israeliano fin dagli Accordi di Oslo, e ospita la quasi totalità degli insediamenti, considerati illegali dal diritto internazionale. L'iniziativa, come sottolineato dalla stampa israeliana, segnerebbe il superamento di un blocco procedurale che durava da cinquantotto anni, gettando le basi per la regolarizzazione di aziende agricole e avamposti e configurando, nelle parole di molti osservatori, un altro passo sostanziale verso l'annessione formale di porzioni significative della West Bank.
La reazione della presidenza palestinese e le implicazioni giuridiche
Dura e immediata è stata la condanna da parte dell'Autorità Nazionale Palestinese, che per bocca dell'ufficio del presidente Abu Mazen ha parlato di "grave escalation" e di "palese violazione del diritto internazionale". Secondo i palestinesi, la mossa non è un mero adempimento burocratico, bensì un tentativo di legalizzare a posteriori l'espansione degli insediamenti, consentendo di dichiarare come demaniali terre la cui proprietà, in molti casi, non è mai stata formalmente registrata. Il nodo cruciale, come evidenziato da organizzazioni israeliane come Peace Now, risiede proprio nella procedura: l'avvio del processo di registrazione in una determinata area richiederebbe a chiunque avanzi una rivendicazione di produrre documenti probanti, un compito che per molti proprietari terrieri palestinesi, in assenza di un catasto moderno e con decenni di occupazione alle spalle, risulterebbe estremamente difficile se non impossibile. Questo meccanismo, di fatto, rischia di tradursi in un trasferimento massiccio di terre nelle mani dello Stato israeliano, senza che vi sia una formale dichiarazione di annessione.
Il quadro normativo e la risposta della comunità internazionale
La decisione di Gerusalemme, che secondo i ministri proponenti mira a correggere una "distorsione" storica e a contrastare presunte iniziative unilaterali palestinesi nell'Area C, si inserisce in un quadro giuridico internazionale che da sempre condanna le attività di colonizzazione. Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, in particolare la 2334, sono chiare nel definire gli insediamenti una violazione del diritto internazionale e nel non riconoscere la sovranità israeliana sui territori occupati nel 1967. Non è tardata ad arrivare, infatti, la reazione dell'Unione Europea: l'Alta Rappresentante per la Politica Estera, Kaja Kallas, ha definito le nuove misure "controproducenti" e "incompatibili con il diritto internazionale", mettendo in guardia dal rischio che possano minare gli sforzi di stabilizzazione regionale. Da Bruxelles è giunto anche un monito a tutte le parti affinché si astengano da azioni unilaterali che possano infiammare ulteriormente le tensioni e allontanare la prospettiva di una soluzione negoziata a due Stati, l'unica che la comunità internazionale continua formalmente a sostenere.
Il meccanismo di registrazione e le accuse di annessione strisciante
Al di là delle dichiarazioni di principio, ciò che più preoccupa gli analisti e i rappresentanti palestinesi è l'impatto concreto della delibera. Il via libera del governo, infatti, sblocca fondi e risorse per l'ufficio preposto alla registrazione presso il ministero della Giustizia, consentendogli di operare in modo sistematico. Si tratta di una vera e propria "rivoluzione nella gestione fondiaria", come l'hanno definita gli stessi ministri israeliani, che permetterà di accatastare vaste superfici. L'Autorità Palestina ha denunciato il provvedimento come una "minaccia alla sicurezza e alla stabilità" e ha lanciato un appello al Consiglio di Sicurezza dell'ONU e all'amministrazione statunitense – con Donald Trump tornato alla Casa Bianca – affinché intervengano per fare pressione su Israele e "obbligarlo al rispetto del diritto". L'accusa, insomma, è che attraverso un cavillo burocratico si stia portando avanti un progetto politico di ampio respiro: l'annessione strisciante di fatto della Cisgiordania, passo dopo passo, ettaro dopo ettaro, aggirando il diritto internazionale ma rendendo sempre più concreta e irreversibile l'espansione del controllo israeliano sul territorio.




