Smotrich rilancia la sfida: “Distruggere l’idea di uno Stato arabo e cancellare i maledetti accordi di Oslo”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, è tornato a infiammare il dibattito politico con dichiarazioni che lasciano poco spazio all’interpretazione, nel corso di un evento organizzato dal suo partito di estrema destra, il Sionismo Religioso. La sua esposizione, come riportato da alcune testate internazionali, ha delineato quelli che a suo avviso dovrebbero essere gli obiettivi programmatici del prossimo esecutivo, in vista delle elezioni previste per il mese di ottobre. Tra i punti cardine del suo intervento, spicca la volontà di procedere con l’annessione formale della Cisgiordania — da lui sempre chiamata con i nomi biblici di Giudea e Samaria — e, parallelamente, di «incoraggiare la migrazione» della popolazione palestinese, non solo dalla Striscia di Gaza ma anche dallo stesso territorio cisgiordano. “Distruggere l’idea di uno Stato terrorista arabo”, ha tuonato il ministro, “e finalmente cancellare, formalmente e praticamente, i maledetti Accordi di Oslo, per intraprendere il cammino verso la sovranità, promuovendo al contempo la migrazione”. Una presa di posizione, la sua, che rappresenta una radicalizzazione del discorso politico, estendendo esplicitamente all’Area C della Cisgiordania un progetto finora declinato principalmente per l’enclave costiera -1.

Il progetto "Crimson Thread" e lo strangolamento della Valle del Giordano

Questa visione politica, del resto, non resta confinata alla retorica, ma trova una sua concreta traduzione sul terreno, come documentano le cronache recenti. A far da sfondo alle parole di Smotrich c’è infatti un’operazione su larga scala che sta ridisegnando la geografia della Cisgiordania. L’esercito israeliano ha infatti avviato i lavori per una nuova barriera di separazione, un progetto mastodontico dal nome in codice "Crimson Thread" (Filo Cremisi), che si estenderà per circa 300 miglia, dalle alture del Golan fino al Mar Rosso, con un costo stimato vicino ai due miliardi di dollari. L’obiettivo dichiarato dalle autorità militari è di natura squisitamente securitaria: impedire il contrabbando di armi dal confine giordano e contrastare il terrorismo. Tuttavia, gli ordini di confisca delle terre, firmati lo scorso agosto dal capo del Comando Centrale, maggior generale Avi Bluth, e l’avanzamento dei lavori, stanno di fatto producendo un effetto ben diverso e più profondo: l’isolamento e lo spopolamento dell’area orientale -2-7.

A farne le spese sono, in particolare, le comunità di pastori palestinesi che da secoli vivono su quei territori, come quelle che gravitano attorno al Monte Tammun, un’area di circa 50mila dunam (5mila ettari) di terreno aperto, uno degli ultimi spazi nella zona dove i palestinesi potevano muoversi senza subire le angherie dei coloni. Ora, la nuova barriera e i posti di blocco — come quello di Hamra, che verrà spostato più a est per fluidificare il traffico dei coloni sulla strada di Allon — taglieranno fuori questi villaggi, impedendo l’accesso ai pascoli e ai servizi essenziali. La recinzione, come denunciano gli stessi residenti in un ricorso presentato all’Alta Corte di Giustizia israeliana, trasformerà di fatto le loro esistenze in una “prigione circondata da tutti i lati”. Hafez Mas’ad, un agricoltore di 52 anni della piccola comunità di Khirbet Yarza, ha raccolto l’amaro interrogativo che serpeggia tra la popolazione: “Questa è la nostra terra, ci siamo nati io, mio padre e mio nonno. Dove dovremmo andare, sulla luna?” -2-7.

L’espansione degli insediamenti e la condanna internazionale

Parallelamente alla costruzione della barriera, il governo israeliano procede spedito con la pianificazione e la realizzazione di nuove unità abitative per i coloni. Proprio nei giorni scorsi, i ministeri delle Finanze e dell’Edilizia abitativa, in accordo con il Consiglio regionale di Benjamin, hanno siglato un’intesa per la creazione di un nuovo insediamento che di fatto rappresenta un’espansione verso est di Gerusalemme, andando a saldarsi con il quartiere di Neve Yaakov. L’organizzazione israeliana Peace Now non ha esitato a parlare di “annessione clandestina”, sottolineando come si tratti della prima volta dal 1967 che i confini municipali della città vengono estesi in direzione della Cisgiordania -3. Un’azione, questa, che si inserisce in una strategia più ampia volta a rendere sempre più invalicabile la soluzione dei due Stati, frammentando ulteriormente quel che resta del territorio palestinese contiguo.

La reazione della comunità internazionale, seppur compatta sulla carta, non sembra per il momento in grado di invertire la tendenza. Ottantacinque paesi membri delle Nazioni Unite, tra cui l’Italia e la stragrande maggioranza degli stati europei, hanno espresso la loro ferma condanna per le iniziative israeliane. In una dichiarazione diffusa dal Ministero degli Esteri italiano, i paesi aderenti hanno ribadito la loro opposizione a “qualsiasi forma di annessione”, definendo le misure unilaterali israeliane contrarie al diritto internazionale e lesive degli sforzi di pace. La nota, resa pubblica a seguito di una conferenza stampa dell’ambasciatore palestinese all’Onu, Riyad H. Mansour, sottolinea come queste azioni compromettano la prospettiva di una “pace giusta e duratura” basata sulla soluzione dei due Stati e sulle linee del 1967 -4.

Il diritto internazionale, richiamato sia dalla dichiarazione europea che dalla risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza Onu, considera illegali tutti gli insediamenti israeliani nei territori occupati. Ciononostante, la macchina politico-militare israeliana, forte anche del sostegno dell’amministrazione Trump che non ha posto veti, sembra aver imboccato una strada che porta dritta verso l’annessione formale di vaste aree della Cisgiordania. Le confische di terreni, giustificate con la loro dichiarazione a "proprietà demaniale" o con esigenze militari, procedono di pari passo con le violenze dei coloni, che in molti casi — come testimoniato dagli abitanti di Al-Meite o di Khallet Makhul — costringono intere famiglie alla fuga, completando l’opera di pulizia del territorio -2-7-5. La sensazione, per chi osserva da fuori, è che l’obiettivo di Smotrich di "uccidere l’idea di uno Stato palestinese" stia diventando, giorno dopo giorno, una realtà sul campo -9.

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