Iran, un regime in agonia tra crisi economica e piazze infuocate

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Alla fine di un anno disastroso, che ha funto da spietato specchio per il potere teocratico, la natura del sistema iraniano si mostra nuovamente in tutta la sua violenta rigidità e nella sua strutturale incapacità di rinnovarsi. L’analisi del professor Esmail Mohades, esperto di politiche mediorientali, fotografa una parabola ormai giunta al capolinea, descrivendo un’entità politica reazionaria e logora, alla deriva nella sua fase terminale. Le cronache degli ultimi giorni, del resto, confermano tale diagnosi, offrendo il quadro di un paese in subbuglio, dove la protesta serpeggia, ostinata, dai vicoli dei bazar alle aule universitarie, mentre il valore della monata nazionale precipita senza che alcun intervento riesca a porvi un argine credibile.

Il collasso economico che alimenta la piazza

A innescare la nuova, estesa ondata di mobilitazione – la più significativa dopo i moti seguiti alla morte della giovane Mahsa Amini – è stata, ancora una volta, la crisi economica divenuta insopportabile per gran parte della popolazione. Con un’inflazione che a dicembre ha superato il 42% su base annua e con il rial che ha toccato picchi di oltre un milione e quattrocentomila unità per un dollaro sul mercato libero, la pazienza di molti è esaurita. Il malcontento, dopo aver covato a lungo, è esploso in modo plateale nelle principali arterie commerciali di Teheran, dove i negozianti hanno tenuto serrate le saracinesche per giorni, accompagnando la protesta silenziosa con slogan di sfida che, alcuni dei quali, riecheggiano un passato prerivoluzionario.

La protesta si diffonde e il regime vacilla

La determinazione dei commercianti, che nel Gran Bazar e in altri centri hanno incrociato le braccia gridando di preferire la morte all’umiliazione, ha fatto da detonatore, mostrando come il dissenso non sia più circoscritto a specifiche fasce sociali o a particolari occasioni. Quella che si sta dipanando è un’ondata a macchia d’olio, che mette a nudo la profonda frattura tra il paese reale e una guida politica sempre più isolata. Le dimissioni del governatore della Banca centrale, giunte in questo clima rovente, insieme alle promesse di dialogo avanzate dal presidente Pezeshkian, appaiono come tentativi tardivi di placare una marea che potrebbe rivelarsi inarrestabile, mentre il sistema nel suo complesso dimostra di non possedere gli strumenti per una svolta autentica.

Una crisi sistemica oltre la cronaca nera

Oltre alle manifestazioni di piazza, che procedono senza sosta, sono le inchieste giudiziarie su alcuni episodi di cronaca nera a ricordare, periodicamente, le pratiche repressive del regime. Senza scendere in dettagli espliciti, questi fatti – investigati spesso tra mille ostacoli – contribuiscono a delineare un contesto di costante tensione, dove la speranza di cambiamento si scontra con un muro di gomma fatto di apparati di sicurezza e di una giustizia che raramente opera in modo indipendente. È in questo clima, fatto di sofferenza economica e di rivendicazioni di dignità, che il paese continua a vivere, in una condizione di stallo dalla quale non sembra vedere, al momento, una via d’uscita pacifica.

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