Lavoro, marzo amaro: calano gli occupati e l’Istat fotografa un paese che si ferma
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Redazione Economia
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Il mercato del lavoro italiano, a marzo, consegna un’immagine inedita dall’epoca post-pandemica: quella di una contrazione netta degli occupati su base annua, un dato che l’Istat ha diffuso proprio alla vigilia del Primo Maggio, quasi a mo’ di brusco risveglio per un esecutivo che fino a ieri poteva ancora crogiolarsi in qualche statistica rassicurante. E invece, tra marzo 2025 e marzo 2026, il paese ha perso 30mila posti di lavoro – un segnale che, per quanto lieve in termini assoluti, interrompe una serie positiva durata anni e impone una rilettura attenta degli altri numeri diffusi dall’istituto di statistica.
Il tasso di occupazione resta stabile al 62,4%, una sorta di paradosso statistico che nasconde però un arretramento reale: il numero complessivo degli occupati scende a 24 milioni 124mila, con una dinamica interna che vale la pena di analizzare nel dettaglio. A calare sono infatti i lavoratori dipendenti a termine, pari a 2 milioni 440mila, e gli autonomi, che toccano quota 5 milioni 270mila; dall’altra parte, i dipendenti permanenti resistono, restando sostanzialmente fermi a 16 milioni 414mila. Una tenuta, quest’ultima, che riguarda chi ha già un contratto stabile, ma che non compensa il segno meno altrove. Per la prima volta da quando è finita l’emergenza Covid, l’Italia smette di creare lavoro – e lo fa in modo silenzioso, quasi inavvertito.
Il paradosso del calo della disoccupazione
E qui arriva il vero rompicapo per chi legge i dati grezzi: il tasso di disoccupazione scende al 5,2%, dal 5,3% di febbraio. Un miglioramento, verrebbe da dire. Peccato che il calo dei senza lavoro non derivi da una maggiore assunzione, bensì da un aumento degli inattivi, cioè di quelle persone che non hanno un impiego e hanno smesso del tutto di cercarlo. Insomma, escono dalle statistiche della disoccupazione non perché trovino un posto, ma perché si arrendono. Una dinamica che l’Istat ha registrato con nettezza: la flessione del tasso di disoccupazione è solo apparentemente positiva, mascherando invece un diffuso scoraggiamento, in particolare tra le fasce più fragili del paese.
Donne e under 25, i soliti esclusi
Se si scende nel dettaglio dei numeri – quelli che Confcommercio non ha esitato a definire drammatici sul fronte della partecipazione femminile – emerge una fotografia impietosa. Troppo bassa, secondo l’associazione degli imprenditori del commercio, la presenza delle donne nel mercato del lavoro: nonostante qualche miglioramento in superficie, il divario di genere resta una piaga strutturale, e marzo non fa eccezione. A pagare il prezzo più alto del nuovo clima di stagnazione sono ancora le donne e i giovanissimi under 25, gli stessi che già durante la crisi pandemica avevano visto sgretolarsi le proprie prospettive occupazionali. La loro esclusione, stavolta, non è più solo un’emergenza sociale ma si trasforma in un dato consolidato: il lavoro che manca penalizza chi ha meno tutele e minore anzianità contributiva.
La sindrome degli scoraggiati
Il cosiddetto “boom degli scoraggiati” di cui parlano alcuni osservatori – termini che evitiamo perché troppo generici – si traduce in una marea silenziosa di persone che smettono di cercare. Non lavorano, non studiano, non sono in formazione. E senza di loro, cioè senza contarli tra i disoccupati, il tasso di mancato impiego scende artificialmente. L’Istat, nei suoi dati provvisori diffusi a marzo, non fornisce ancora il dettaglio regionale o settoriale definitivo, ma la direzione è chiara: il paradosso di un paese che smette di lavorare pur avendo meno disoccupati ufficiali è la cifra più inquietante di questo avvio di primavera. E mentre il governo incassa la notizia a ridosso delle celebrazioni del Primo Maggio, quel meno 30mila sull’anno resta lì, come uno spartiacque. Non più rimbalzo post-Covid. Non più crescita continua. Solo una macchina che, per la prima volta, arretra.




