Referendum giustizia, il sondaggio fotografa un paese spaccato a meno di tre settimane dal voto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mancano ormai poco più di due settimane all’appuntamento con le urne per il referendum confermativo sulla riforma della giustizia, quello che, di fatto, chiama i cittadini a esprimersi sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, e le rilevazioni demoscopiche restituiscono l’immagine di un elettorato non solo profondamente diviso, ma anche in larga parte ancora incerto sul da farsi. Secondo l’ultimo sondaggio realizzato dall’istituto Only Numbers di Alessandra Ghisleri per la trasmissione Porta a Porta, il vantaggio del fronte del “sì” si assottiglia fino a diventare quasi un ricordo, con le intenzioni di voto che, considerando l’intero campione nazionale e non solo coloro che esprimono già una preferenza, vedono i favorevoli alla riforma attestarsi al 50,5% e i contrari al 49,5%, un testa a testa che rende l’esito finale quanto mai incerto e legato a doppio filo alla partecipazione.

Il dato forse più rilevante, e certamente quello che più di ogni altro terrà banco nelle prossime settimane di campagna elettorale, è però un altro e riguarda la mobilitazione degli aventi diritto. Solo il 38% degli italiani, stando alla medesima rilevazione, dichiara oggi con certezza che si recherà ai seggi il 22 e 23 marzo, mentre un 21% afferma senza mezzi termini che non andrà a votare; il restante 41%, una quota imponente e decisiva, si colloca nell’area dell’indecisione, un bacino di voti potenziali che, a seconda di come si orienterà, potrebbe far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra. Tra coloro che invece hanno già maturato una scelta e che esprimono con sicurezza la propria opinione, la spinta per il cambiamento appare più netta, con il 47,9% che opterebbe per il “sì” e il 47% per il “no”, un dato che conferma la sostanziale tenuta del fronte riformatore ma che, al contempo, deve fare i conti con l’elevato tasso di astensionismo e di disinformazione.

Il duello nei sondaggi e il peso specifico di chi è rimasto in attesa

A complicare ulteriormente il quadro, già di per sé frammentato, ci si mettono altre rilevazioni che, pur con metodologie diverse, tratteggiano uno scenario in continuo divenire. Se da un lato l’istituto Tecnè fotografa un vantaggio più solido per i “sì”, compreso tra il 50,5% e il 52,5%, dall’altro emerge con chiarezza come solo sei italiani su dieci si dichiarino adeguatamente informati sulla portata di questo referendum costituzionale, un dato che lascia presagire ampi margini di volatilità del consenso nelle battute finali della campagna. La sensazione, per chi osserva le dinamiche dell’opinione pubblica, è che ci si trovi di fronte a una consultazione percepita da molti come distante, quasi tecnica, nonostante il tema tocchi nervi scoperti della democrazia e dell’organizzazione dello Stato, e la prova tangibile di questa distanza è proprio l’enorme numero di cittadini che non solo non ha scelto come votare, ma non ha nemmeno deciso se partecipare.

Lo scenario che emerge dalle elaborazioni di Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera aggiunge un ulteriore tassello di complessità, introducendo il tema della partecipazione come variabile indipendente in grado di ribaltare gli esiti. Se l’affluenza dovesse fermarsi al 42%, ipotesi tutt’altro che peregrina visti i livelli di interesse, il fronte del “no” arriverebbe al 52,4%, superando nettamente i “sì” fermi al 47,6%; qualora invece la partecipazione riuscisse a issarsi fino al 49%, la partita si giocherebbe sul filo di lana, con il “sì” al 50,2% e il “no” al 49,8%. Numeri, questi, che raccontano di una mobilitazione differenziata tra gli schieramenti, con l’elettorato del centrosinistra, e in particolare del Partito Democratico, apparentemente più motivato a recarsi alle urne per bocciare la riforma, mentre nel centrodestra, nonostante la compattezza di Fratelli d’Italia sul “sì”, si registra una propensione al voto leggermente inferiore, un dato che potrebbe rivelarsi fatale per le ambizioni del governo.

Il dibattito, in queste ultime settimane, si è inevitabilmente acceso, con i promotori del “sì” che insistono sulla necessità di completare quel percorso di riforma in senso accusatorio del processo penale iniziato decenni fa. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, intervenuto a più riprese in iniziative pubbliche, ha ribadito come l’obiettivo non sia affatto quello di umiliare la magistratura, bensì di rendere effettivo il principio della terzietà del giudice, e ha anzi annunciato che, superato lo scoglio referendario, si potrà finalmente procedere a una riscrittura organica di un Codice penale che, va ricordato, porta ancora le firme di Benito Mussolini e di Vittorio Emanuele III, un retaggio del passato che il governo ritiene non più tollerabile in un sistema liberale moderno. Dall’altra parte, le voci contrarie alla riforma mettono in guardia dai rischi di una separazione netta che, a loro avviso, finirebbe per rendere il pubblico ministero più vulnerabile a influenze esterne, magari da parte del potere esecutivo, spezzando quel vincolo di appartenenza a un unico ordine che, nelle intenzioni dei costituenti, avrebbe dovuto garantirne l’indipendenza.

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