Referendum giustizia, il sondaggio Ghisleri fotografa il recupero del No: distacco tra Sì e No ora sotto i dieci punti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A poco più di un mese dal voto, che probabilmente si terrà tra la fine di marzo e i primi di aprile nonostante i tentativi del governo di anticiparlo a domenica 1 e lunedì 2 marzo – tentativi al momento accantonati dopo il boom di firme raccolte dai comitati contrari alla riforma e le perplessità sollevate dal Quirinale –, la dinamica dell’opinione pubblica rispetto al referendum confermativo sulla riforma Nordio, quella che introduce tra i suoi punti cardine la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, la costituzione di un’Alta Corte disciplinare e un doppio Consiglio superiore della magistratura, mostra segnali di significativa trasformazione.

La sondaggista Alessandra Ghisleri, ospite della trasmissione Porta a Porta, ha presentato gli ultimi dati raccolti dal suo istituto, Only Numbers, dai quali emerge una contrazione del fronte del Sì e una contestuale risalita di quello del No, un movimento nell’arco di poche settimane che potrebbe ridefinire gli equilibri della consultazione popolare. Se a metà gennaio, come ricorda la stessa Ghisleri, il quadro vedeva i favorevoli alla riforma attestarsi al 50,3% e i contrari fermarsi al 35,4%, l’ultima rilevazione – limitata al campione di coloro che dichiarano l’intenzione di recarsi alle urne – corregge queste percentuali in maniera piuttosto netta: il Sì raccoglie ora il 47,3% delle preferenze, mentre il No sale al 43,1%, con un 9,6% di intervistati che si colloca ancora nell’area dell’indecisione.

Il dato più rilevante, e su cui la stessa analista ha concentrato la propria attenzione nel corso dell’intervista televisiva, riguarda la distanza in termini assoluti di voti tra i due schieramenti. Secondo le proiezioni di Only Numbers, il divario tra quanti si dicono pronti a sostenere la riforma del ministro della Giustizia e quanti invece la respingono si attesterebbe in una forbice compresa tra le ottocentomila e il milione di preferenze. Una distanza che, nell’analisi di Ghisleri, andrebbe considerata alla stregua di un colmabile scarto fisiologico più che di un margine di sicurezza per il fronte del Sì, dal momento che un mese di campagna referendaria – fatta di dibattiti, confronti pubblici e iniziative sui territori – potrebbe facilmente riassorbire il gap, specialmente in presenza di una mobilitazione efficace da parte dei comitati per il No.

Del resto, la partita referendaria, come ha più volte sottolineato lo stesso Guardasigilli intervenendo al Forum Stresa della Fondazione Iniziativa Europa, rischia di trasformarsi in una contrapposizione che travalica i confini del merito giuridico per assumere i contorni di un giudizio politico sul governo, un pericolo che Nordio ha esplicitamente cercato di scongiurare nel tentativo di mantenere il dibattito su un binario tecnico. Un appello, il suo, che sembra però essere stato disatteso dalla vivace dialettica degli ultimi giorni, testimoniata da accesi confronti pubblici come quello tenutosi al Teatro di Fiesole, moderato da Cesara Buonamici e Luciano Fontana, dove le scintille tra i sostenitori del Sì e quelli del No hanno infiammato la platea.

La mobilitazione dei comitati e il braccio di ferro sulla data del voto

Mentre i sondaggi registrano questo recupero del fronte contrario alla riforma, la macchina organizzativa dei due schieramenti si è messa in moto da tempo. Da un lato, i comitati per il Sì, tra cui spicca l’impegno delle Camere penali, con figure come il segretario dell’Unione Rinaldo Romanelli e la presidente della Camera Penale Regionale Ligure Fabiana Cilio, impegnati in una campagna di comunicazione che punta a sottolineare come la riforma rappresenti un passo necessario per garantire una piena attuazione del principio del giusto processo, sancito dalla Costituzione ma non ancora compiutamente realizzato. Dall’altro lato, il Comitato per il No, che vede tra le sue voci più autorevoli Alessandra Galli, presidente del comitato ligure, e Mitja Gialuz, avvocato e docente di Procedura penale all’Università di Genova, i quali mettono in guardia dal rischio che la separazione delle carriere finisca per rendere la magistratura più vulnerabile a influenze esterne, in particolare da parte del potere politico.

Una posizione, quest’ultima, che trova riscontro anche in alcuni settori della politica e del mondo forense. A Macerata, per esempio, il dibattito tra gli avvocati ha visto emergere voci critiche come quella di Gabriele Cofanelli, secondo il quale l’autonomia e l’indipendenza del giudice sarebbero già garantite dall’ordinamento vigente, mentre l’ex sindaco della città, Romano Carancini, è arrivato a paventare il rischio che l’intera operazione possa celare un disegno di controllo politico sulla magistratura. Affermazioni che riecheggiano quelle del presidente del Comitato per il No costituito dall’Associazione nazionale magistrati, secondo cui l’obiettivo reale della riforma non sarebbe tanto il miglioramento dell’efficienza giudiziaria quanto piuttosto l’indebolimento dell’autonomia della magistratura.

La battaglia delle firme e la partita dei numeri assoluti

A rendere il quadro ancora più complesso e fluido, contribuisce la vivacità dell’iniziativa popolare promossa da un gruppo di quindici giuristi – tra cui ex magistrati, avvocati e docenti – che ha depositato in Cassazione un nuovo quesito referendario, differenziandosi da quello già approvato a novembre per una più dettagliata elencazione delle modifiche costituzionali oggetto della consultazione. L’iniziativa, lanciata il 22 dicembre e aperta alla raccolta firme digitale tramite SPID, ha superato in pochi giorni le centotrentamila sottoscrizioni, un successo che ha avuto l’effetto immediato, se non altro, di indurre il governo a rinviare la decisione sulla data del voto, inizialmente calendarizzata per il Consiglio dei ministri del 29 dicembre. Il tentativo dell’esecutivo, che puntava a fissare le urne per domenica 1 e lunedì 2 marzo, si è così scontrato con l’onda lunga della mobilitazione popolare e con i rilievi sollevati dal Quirinale circa il rispetto dei tempi tecnici previsti dalla legge 352 del 1970, quella che disciplina i referendum.

La partita, a questo punto, si gioca su più tavoli: da un lato i numeri dei sondaggi, con quel milione di voti di scarto che Ghisleri definisce “facilmente recuperabile”, e dall’altro i numeri della raccolta firme, che certificano una mobilitazione trasversale in grado di intercettare un disagio o quanto meno una richiesta di approfondimento che va oltre gli schieramenti partitici. E mentre Forza Italia, nel ricordo di Silvio Berlusconi, prepara iniziative pubbliche come il flash mob a piazza Navona, e il Partito Democratico, con Elly Schlein, cerca di capitalizzare il malcontento senza cadere nella trappola di una contrapposizione frontale, i cittadini sono chiamati a districarsi tra le opposte narrazioni. Il testo della riforma, che pure introduce elementi di novità rispetto all’assetto voluto dai costituenti, rischia di passare in secondo piano rispetto allo scontro politico-mediatico, ma sono proprio quei dettagli – l’istituzione dell’Alta Corte, la separazione dei Csm, la distinzione dei percorsi di carriera – a costituire il cuore della scelta che gli italiani saranno chiamati a compiere tra meno di due mesi.

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