Primarie, il sondaggio Ghisleri e l’affondo di Prodi scuotono il centrosinistra
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Redazione Interno
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Quasi due italiani su tre, per la precisione il 61,9%, non desiderano oggi elezioni anticipate; una percentuale, questa, che schizza oltre il novanta per cento tra gli elettori di Fratelli d’Italia e Forza Italia, dove la stabilità dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni – con Trump tornato alla Casa Bianca a rinsaldare l’asse conservatore – viene percepita come una necessità più che come un’opzione. Tra i sostenitori delle opposizioni, invece, il dato si abbassa in maniera sensibile, ma non al punto da segnalare un’autentica voglia di tornare alle urne: emerge piuttosto una sensazione diffusa di non sentirsi ancora pronti, quasi che il campo largo, o quel che ne resta, brancoli in una fase preparatoria priva di una spinta decisiva. Lo rivela un sondaggio condotto da Alessandra Ghisleri per La Stampa, i cui numeri disegnano uno scenario in cui la richiesta di un ricorso anticipato al voto rimane minoritaria, e dove persino chi contesta il governo fatica a immaginare un’alternativa immediata e credibile.
L’affondo di Prodi e il sollievo nell’entourage della Schlein
«Prodi? Ce l’aveva con Conte questa volta». La frase, rimbalzata tra i parlamentari vicinissimi a Elly Schlein, fotografa bene l’atmosfera che si respira dopo le dichiarazioni televisive del Professore. L’ex presidente della Commissione europea, infatti, ha messo in guardia dall’inopportunità di precipitare i tempi delle primarie di coalizione per individuare il leader, e dalle parti della segretaria del Pd questo intervento ha provocato un autentico senso di sollievo. Perché Prodi, osservano i suoi fedelissimi, le primarie le ha fatte e sa bene che il progetto – l’idea di Paese, la costruzione di una piattaforma programmatica condivisa – deve venire prima della chiamata agli elettori. In altre parole, il vero bersaglio dell’affondo non sarebbe la segretaria dem, bensì Giuseppe Conte: il leader del Movimento 5 Stelle che, da tempo, spinge per accelerare le consultazioni di piazza, ritenendole lo strumento più rapido per legittimare una candidatura unitaria.
Il fronte del No e la replica di Silvestri: primarie sì, ma col programma
«Il M5s tifa per le primarie», si legge in più di un’analisi politica, e non a caso l’onorevole Francesco Silvestri ha ribadito la propria posizione con un ragionamento che intreccia pragmatismo e tattica. «Sono necessarie, ma conta il programma», ha dichiarato il rappresentante pentastellato, rispondendo di fatto a chi – nel Pd e fuori – si chiede se non sarebbe doveroso istituzionalizzare con un voto parlamentare la crisi politica determinata dal referendum. Silvestri, dopo aver speso tanta enfasi sulla Costituzione e sul fronte del No, ha chiarito il suo pensiero: «Il governo Meloni in questo momento non ha una crisi parlamentare interna. Quindi sarebbe un passaggio a vuoto. A ogni modo il 9 aprile Meloni sarà in Aula e le sbatteremo in faccia tutti i suoi fallimenti». Una dichiarazione, questa, che sposta l’attenzione dall’astratto dibattito sulle regole alla concretezza dello scontro parlamentare, senza però sciogliere il nodo delle primarie.
I gazebo che spaventano i notabili e il fronte critico nel Pd
Erano il simbolo della partecipazione popolare, il momento in cui la base decideva senza mediazioni né coperture di palazzo. Oggi le primarie nel centrosinistra sono diventate un tema divisivo: una cesura, più che un collante. E proprio quei gazebo, un tempo inneggiati come strumento di democrazia diretta, rischiano oggi di sorprendere – e non poco – i cosiddetti notabili, quei dirigenti abituati a gestire il consenso attraverso canali più tradizionali. Nel Partito Democratico, infatti, cresce il numero di dirigenti e osservatori che ne mettono in dubbio l’utilità, ritenendole causa di fratture interne piuttosto che di unità. Schlein, dal canto suo, difende le consultazioni di piazza assieme a Conte, ma lo fa con la consapevolezza che la sua stessa base non è compatta. E mentre l’opposizione si interroga su tempi e modi, il sondaggio Ghisleri continua a raccontare un paese fermo: due italiani su tre non vogliono votare, e nel centrodestra la percentuale di chi si accontenta dell’attuale maggioranza tocca vette bulgare. Una fotografia, insomma, che lascia le primarie in una sorta di limbo: necessarie per alcuni, inopportune per altri, comunque lontane dal tradursi in un appuntamento certo.




