Alessandra Ghisleri e il monito alla sinistra: “Quei No non sono voti nostri”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vittoria schiacciante del fronte del “No” al referendum sulla giustizia, sancita ieri con un’affluenza che ha sfiorato il 60% e un distacco di oltre sette punti percentuali a livello nazionale, ha inevitabilmente scatenato la corsa alle interpretazioni politiche del dato. Tuttavia, a gettare acqua sul fuoco dell’entusiasmo che serpeggia tra le fila del centrosinistra – dove, come si è visto a Milano in piazza Duomo, l’esultanza ha preso il sopravvento tra bandiere e cori – è stata la sondaggista Alessandra Ghisleri. La direttrice di Euromedia Research, che pure a marzo aveva pronosticato un testa a testa, con il Sì al 50,5% e il No al 49,5%, ha scelto di rivolgere un avvertimento chiaro a Elly Schlein e ai suoi alleati: cantare vittoria per l’esito referendario è un esercizio rischioso, perché trasformare la bocciatura della riforma Meloni-Nordio in un consenso automatico verso la sinistra sarebbe una lettura distorta della realtà.

L’analisi del voto: una polarizzazione tecnica

Intervistata da La Stampa, Ghisleri ha sottolineato come il risultato finale, che ha visto il “No” prevalere con il 53,7% contro il 46,3% del “Sì”, sia stato “il frutto di una polarizzazione netta sui due fronti”. Secondo la studiosa, la natura dei quesiti referendari – che riguardavano la separazione delle carriere e la riforma del Consiglio superiore della magistratura – ha finito per trascendere le logiche dell’appartenenza partitica, riducendo la consultazione a una contrapposizione tecnica piuttosto che a un giudizio sul governo. La sua analisi si spinge oltre i semplici numeri: Ghisleri ha infatti osservato che la complessità dei temi ha costretto il centrosinistra a mobilitare tutti i propri leader per spiegare il contenuto del voto, mentre il centrodestra, salvo l’eccezione di Noi Moderati, si è trovato in una posizione di speculare difficoltà comunicativa. In questo quadro, la percezione prevalente tra gli elettori sarebbe stata quella di una contrapposizione politica che travalicava la scelta referendaria, disincentivando di fatto una lettura in termini di fiducia o sfiducia nell’esecutivo.

La geografia del consenso e le fratture nel centrodestra

Se i festeggiamenti in piazza Duomo a Milano hanno restituito l’immagine di un fronte progressista compatto – con la presenza, tra gli altri, dell’ex magistrato Armando Spataro e del parlamentare M5S Federico Cafiero De Raho – i dati territoriali raccontano una realtà più sfumata. La vittoria del “No” è stata netta e trasversale, ma non priva di eccezioni significative. Se da un lato le grandi città hanno trainato il risultato (Napoli con il 75,4% di “No”, Bologna con il 68,2%, Torino con il 64,7%), dall’altro lato il Veneto ha rappresentato una roccaforte per il “Sì”, che qui ha vinto con il 58,3%. Un dato, quest’ultimo, che conferma la complessità del quadro: mentre in provincia di Venezia il “No” ha comunque prevalso, l’analisi del voto evidenzia una frattura generazionale profonda. Secondo le rilevazioni di Opinio, il “No” ha raggiunto il 61,1% tra gli under 34, mentre il “Sì” ha ottenuto un margine risicato (50%) solo tra gli over 55.

Ma il vero campanello d’allarme per la maggioranza arriva dalla tenuta dei suoi elettori. Nonostante i vertici del centrodestra – a partire dalla premier Giorgia Meloni, scesa in campo in prima persona – abbiano tentato di compattare il voto, circa l’11% degli elettori di centrodestra ha disertato le indicazioni di partito. Un dato che si fa ancora più pesante guardando ai singoli partiti: il 16% degli elettori di Forza Italia e il 14% di quelli della Lega hanno votato “No”, contribuendo a rendere la sconfitta della riforma costituzionale la prima battuta d’arresto significativa per l’esecutivo.

La scommessa mancata del centrodestra

La retorica utilizzata durante la campagna referendaria ha giocato un ruolo decisivo nel determinare l’esito finale. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, commentando il risultato, ha dichiarato di “prendere atto con rispetto della decisione del popolo sovrano”, rivendicando l’intento di attuare il progetto di Giuliano Vassalli legato al processo accusatorio. Tuttavia, la narrazione del governo, incentrata sulla necessità di garantire un giudice terzo e imparziale, si è scontrata con una controffensiva dell’opposizione che, come evidenziato da Ghisleri, ha saputo politicizzare la posta in gioco. Il tentativo di sdrammatizzare l’impatto elettorale, con i leader del centrodestra che hanno tentato di minimizzare la portata del voto definendolo “una cosa tecnica” senza ripercussioni sulle prossime amministrative, non è bastato a scongiurare la sconfitta. Resta ora sul campo un dato politico ineludibile: mentre il centrosinistra esulta per aver raccolto oltre 14 milioni di consensi – un dato che mancava dal 2008 – la maggioranza incassa una bocciatura che, se non avrà conseguenze immediate sulla stabilità dell’esecutivo, segna comunque un punto di svolta nel clima politico in vista delle elezioni amministrative e, soprattutto, della lunga corsa verso il 2027.

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