Referendum giustizia, l’affluenza delle 12 fotografa un’Italia spaccata tra Nord in crescita e Sud in affanno
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Redazione Interno
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Si è chiusa da pochi minuti la prima rilevazione ufficiale delle ore 12 per il referendum sulla giustizia, un appuntamento che durerà fino a domani pomeriggio e che ha già iniziato a delineare le coordinate geografiche della partecipazione. A livello nazionale, stando ai dati diffusi dal Viminale, l’affluenza si attesta al 14,9 per cento. Un dato, questo, che va letto in controluce rispetto alle consultazioni precedenti: nel 2020, alla stessa ora della prima giornata, si fermava al 12,2 per cento, mentre nel referendum del 2025 si era assestata al 7,4 per cento, a dimostrazione di un interesse più sostenuto rispetto agli ultimi appuntamenti referendari. Le urne, che resteranno aperte oggi fino alle 23 e riapriranno domani dalle 7 alle 15, raccontano di un avvio a due velocità, con il Nord che spinge forte e il Sud che fatica a tenere il passo.
Scendendo nel dettaglio dei territori, emerge una geografia politica che sembra riprodurre le fratture strutturali del Paese. L’Emilia-Romagna guida la classifica con un picco del 19,5 per cento, trainata dalla provincia di Bologna che tocca il 21,1 per cento. Seguono il Friuli Venezia Giulia al 17,8 per cento e la Lombardia, insieme alla Liguria, al 17,5 per cento. Milano, in particolare, registra il 17,30 per cento, mentre Cremona guida a livello provinciale con il 18,89 per cento. Anche il Veneto e il Lazio viaggiano sopra la media, rispettivamente al 17 e al 16,2 per cento, con Roma che supera il 17 per cento. Una partecipazione, quella dei grandi centri urbani, che contrasta nettamente con quanto accade nelle regioni meridionali.
Se nel Nord la mobilitazione appare solida, il Mezzogiorno mostra invece un volto decisamente più timido. La Campania si ferma al 10,96 per cento, pur registrando un lieve incremento rispetto alle consultazioni regionali precedenti, con Napoli città che raggiunge il 12,15 per cento. Le maglie nere della rilevazione sono però la Basilicata e la Calabria, le uniche due regioni a scendere sotto la soglia del 10 per cento: rispettivamente al 9,8 e 9,7 per cento. La Sicilia si attesta al 10 per cento, mentre la Sardegna, pur essendo sopra la media regionale grazie al dato di Cagliari che sfiora il 16 per cento, si ferma al 14,08 per cento nell’isola.
Un elemento che caratterizza questa tornata, a differenza delle sperimentazioni avviate nel 2024 e nel 2025, è l’esclusione del voto per i fuori sede. Circa 5 milioni di cittadini – tra studenti e lavoratori – che vivono stabilmente lontano dal comune di residenza non potranno esprimere la propria preferenza se non rientrando fisicamente nel proprio seggio. Una limitazione che ha generato un tentativo di aggiramento normativo attraverso la figura del rappresentante di lista: una scappatoia che ha permesso a decine di migliaia di elettori, circa 20mila secondo le stime, di registrarsi per poter votare in un seggio diverso da quello di residenza, sfruttando la possibilità concessa dalla legge ai rappresentanti di partito. Le iscrizioni per questa procedura, promossa in particolare da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra, sono già chiuse da giorni.
Le operazioni di voto procedono senza particolari intoppi, se si escludono alcune segnalazioni di difficoltà legate alla viabilità in concomitanza con eventi sportivi come la Maratona di Roma, che hanno creato disagi per raggiungere i seggi nella Capitale. I prossimi aggiornamenti sull’affluenza sono attesi per le ore 19 di questa sera e per la chiusura definitiva delle urne di domani pomeriggio, quando sarà possibile valutare l’andamento completo della partecipazione in Italia.
I numeri regione per regione e il peso dell’astensionismo strutturale
L’analisi dei dati parziali diffusi dal Viminale conferma una polarizzazione territoriale che ormai caratterizza le consultazioni popolari. Alle spalle dell’Emilia-Romagna, troviamo la Toscana con il 16,9 per cento, mentre il Lazio si attesta al 16,2 per cento. In Piemonte l’affluenza tocca il 14,8 per cento, in linea con la media nazionale, mentre il Molise si ferma all’11 per cento. Nelle province del Sud, come Agrigento (7,7%) o Caltanissetta (8,1%), la partecipazione crolla ulteriormente, rivelando una distanza siderale rispetto ai picchi del Nord.
La Sardegna, pur trovandosi in una posizione intermedia, mostra un dato interessante: mentre nella Città metropolitana di Cagliari si vota con una percentuale del 15,23 per cento, ben al di sopra del dato regionale, nell’Oristanese l’affluenza scende al 12,81 per cento. Una forbice interna che ripropone, anche a scala ridotta, il dualismo tra aree urbane e zone più interne. Dal punto di vista meramente tecnico, il referendum – essendo di tipo confermativo – non richiede il raggiungimento del quorum, quindi l’esito sarà valido indipendentemente dal numero di votanti, a differenza di quanto accaduto in molte consultazioni abrogative del passato.
Nonostante la possibilità di esprimere il proprio voto su due giornate – un’estensione temporale che solitamente favorisce la partecipazione – l’esclusione dei fuori sede rimane il tema caldo di questa tornata. La decisione di non prorogare la sperimentazione del voto itinerante, adottata nelle scorse consultazioni, ha costretto i partiti a organizzare una macchina parallela per accogliere gli elettori lontani dalla residenza, trasformando di fatto la figura del rappresentante di lista in un dispositivo di inclusione elettorale. Una scelta che ha mobilitato soprattutto le opposizioni, con Alleanza Verdi e Sinistra che ha ricevuto oltre 11mila richieste per ricoprire quel ruolo.
Le urne, dunque, resteranno aperte per l’intera giornata di oggi e per la mattinata di domani. Saranno le rilevazioni successive a determinare se il dato delle 12 rappresenta un fuoco di paglia o l’inizio di un trend che potrebbe avvicinarsi ai livelli di partecipazione del 2016, quando alle 12 della domenica si registrò il 20,1 per cento, sebbene in quella circostanza si votasse in un solo giorno.




