Referendum, il caso Bartolozzi e la difesa di Nordio: "Non si dimette, chiarirà"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La polemica politica, innestatasi nel già complesso dibattito sul referendum giudiziario in programma a fine mese, non accenna a placarsi dopo le dichiarazioni rese da Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, durante un'intervista all'emittente siciliana Telecolor. Le sue parole, un invito esplicito a votare per il sì con la motivazione che così facendo “ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un plotone di esecuzione”, hanno immediatamente innescato una reazione dura e compatta da parte delle opposizioni, culminata nella richiesta di dimissioni immediate della funzionaria. Nel corso della stessa trasmissione, andata in onda sabato scorso e caratterizzata da un vivace botta e risposta con la senatrice Ilaria Cucchi, presente in studio, Bartolozzi aveva anche accennato alla propria posizione personale, dichiarando di essere sottoposta a un'inchiesta e di voler “scappare da questo paese” qualora l'esito referendario dovesse premiare l'opzione contraria alla riforma.

Di fronte alla bufera, la diretta interessata ha tentato un parziale chiarimento di quanto affermato, spiegando in serata di aver sempre circoscritto le sue critiche a una componente minoritaria e “correntizzata” della magistratura, quella che, a suo dire, finirebbe per orientare il sistema, e non certo all'intera categoria, composta in larga parte da “eccellenti professionisti” che operano lontano dai riflettori. Una distinzione che, però, non ha soddisfatto i partiti di opposizione: dal Partito Democratico, con Debora Serracchiani che ha parlato di parole “sconcertanti e gravissime”, ad Alleanza Verdi e Sinistra, con Nicola Fratoianni che ha giudicato la vicenda oltre “ogni limite di decenza”, fino al Movimento 5 Stelle, che ha invece colto l'occasione per sottolineare quella che definisce la “vera finalità” dell'intera operazione politica, ovvero un disegno di “vendetta” del centrodestra nei confronti dei magistrati.

Il Guardasigilli, Carlo Nordio, intervenuto a più riprese sulla questione, ha però blindato la sua più stretta collaboratrice, escludendo categoricamente l'ipotesi di un suo allontanamento. Interpellato a margine di un evento a Torino, il ministro ha risposto con nettezza a chi gli chiedeva se Bartolozzi dovesse rassegnare le proprie dimissioni: “Queste sono considerazioni che in questo momento non vengono prese”. Nordio ha quindi ripercorso la linea difensiva già delineata dalla stessa funzionaria, attribuendo la frase incriminata a un fraintendimento e a un contesto comunicativo acceso, ma ribadendo la certezza che la dottoressa Bartolozzi, della cui carriera da magistrato il ministro ha voluto ricordare l'appartenenza, vorrà formalizzare le proprie scuse per un'espressione che, a suo giudizio, non rappresenta affatto il suo pensiero nei confronti dell'ordine giudiziario.

L'opposizione all'attacco e il silenzio dell'Anm

Sul fronte opposto, le dichiarazioni del ministro non hanno attenuato la pressione. I parlamentari dell'opposizione, intervenuti a più riprese, hanno continuato a definire inaccettabile che un'alta carica dello Stato, con responsabilità proprio all'interno del dicastero della Giustizia, possa esprimersi con termini tanto duri verso un potere dello Stato, equiparando di fatto l'operato dei giudici a quello di plotoni d'esecuzione. La senatrice Cucchi, diretta interlocutrice di Bartolozzi in trasmissione, ha colto l'occasione per ribadire come la riforma in sé, qualora approvata, non avrebbe alcun impatto positivo sulla vita dei cittadini comuni, finendo anzi, a suo avviso, per rendere la giustizia più indulgente verso i cosiddetti colletti bianchi, citando il caso giudiziario che ha visto protagonista suo fratello Stefano.

L'Associazione Nazionale Magistrati, pur esprimendo una netta contrarietà per toni e argomentazioni definiti ormai giunti a “un livello inaccettabile”, ha fatto sapere di voler mantenere la linea del silenzio, in ottemperanza all'appello all'abbassamento dei toni lanciato nelle scorse settimane dal presidente della Repubblica. Una scelta, quella della Giunta esecutiva centrale dell'Anm, che mira a non alimentare ulteriormente la contrapposizione, anche a costo di non rispondere direttamente a quella che viene percepita come una delegittimazione istituzionale. Nel frattempo, il dibattito pubblico resta polarizzato attorno alle figure dei diretti protagonisti, con la campagna referendaria che sembra sempre più scivolare su un terreno di scontro personale e ideologico, lontano dai tecnicismi della riforma costituzionale.

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