Il peso del silenzio a via Arenula: Nordio non si dimette, ma il terremoto giudiziario colpisce Bartolozzi e Delmastro
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Redazione Interno
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Il giorno dopo la sconfitta, a via Arenula, il silenzio – quella forma di comunicazione talvolta più eloquente delle parole ufficiali – si è fatto fitto, quasi tangibile, tra i corridoi del ministero della Giustizia. Carlo Nordio, il Guardasigilli che più di ogni altro aveva messo la propria faccia e la propria firma sulla riforma costituzionale bocciata dagli italiani, ha seguito lo spoglio nella sua stanza, lasciando poi emergere una nota di presa d’atto che, nelle intenzioni, tentava di spogliare il risultato da ogni valenza strettamente politica. «Prendo atto con rispetto della decisione del popolo sovrano», ha dichiarato, aggiungendo un concetto ripetuto quasi come un mantra per arginare le polemiche immediate: «Non è nostra intenzione attribuire o meno a questo voto un significato politico».
Eppure, proprio mentre quelle parole cercavano di cristallizzare l’evento in un mero dato numerico – il 53,23% dei consensi raccolti dal No contro il 46,77% del Sì – il terremoto politico che si temeva ha iniziato a manifestarsi nei gangli più profondi dell’amministrazione. Non ci sono state dimissioni da parte del ministro, il quale, pur mostrandosi deluso e amareggiato per quella che considerava la “battaglia della vita” infranta contro il muro delle urne, ha fatto sapere di avere ancora molto da fare; un’intenzione, quella di restare al proprio posto, che tuttavia non ha spento le voci di un rimpasto o di una rivisitazione delle deleghe ai piani alti del dicastero.
Se Nordio appare intenzionato a resistere, lo stesso non si può dire per i suoi principali collaboratori, finiti improvvisamente sul banco degli imputati per la débâcle referendaria. Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia noto per le sue posizioni di rottura nei confronti della magistratura, e Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto, si trovano ora in una posizione di estremo disagio. Per la Bartolozzi, in particolare, si parla di un possibile demansionamento, mentre il futuro politico di Delmastro appare appeso a un filo sottilissimo, compromesso non solo dall’inciampo elettorale ma anche dal peso specifico delle inchieste giudiziarie che hanno segnato il percorso di avvicinamento al voto.
Il “caso Bartolozzi”, infatti, rappresenta un nodo cruciale in questa fase di transizione turbolenta. La conclusione delle indagini preliminari a suo carico, avvenuta proprio nel pieno della campagna referendaria, aveva già sollevato più di una perplessità all’interno della maggioranza. Lo stesso Delmastro, in un’intervista rilasciata a ridosso del voto, aveva definito il tempismo di quell’avviso di garanzia “improvvido”, sottolineando come la notifica avrebbe potuto benissimo attendere il termine della consultazione senza alcun pregiudizio per le indagini. Una circostanza, quella della sovrapposizione tra il calendario giudiziario e quello elettorale, che oggi alimenta le ricostruzioni di quanti vedono nella sconfitta del Sì un effetto diretto anche di quelle tensioni.
A rendere ancora più complesso il quadro è la riflessione, amara, che lo stesso ministro Nordio ha affidato ai giornali nelle ore immediatamente successive al voto. Pur escludendo di considerare l’esito delle urne una “sconfitta personale”, il Guardasigilli ha ammesso un problema di fondo legato alla comunicazione, definendo la riforma come un argomento forse troppo complesso da veicolare in termini accessibili. «Abbiamo impiegato tutte le nostre energie per spiegare, in termini accessibili, la complessità di questa riforma», aveva dichiarato a caldo, ma l’esito dei seggi ha dimostrato come quella fatica non sia bastata a scalfire il timore, diffuso tra gli elettori, che la modifica della Costituzione potesse rappresentare una lesione dell’architettura democratica.
Con l’agenda del governo che non si ferma, nonostante la batosta elettorale, il ministero si prepara a un autunno caldo sotto il profilo giudiziario e organizzativo. Se da un lato Nordio ha annunciato l’intenzione di dedicarsi ora all’efficienza della macchina giudiziaria – concentrandosi su concorsi per completare gli organici e sulla stabilizzazione del personale legato al Pnrr – dall’altro la spada di Damocle della riorganizzazione delle deleghe minaccia di sconvolgere gli equilibri interni. Per Delmastro e Bartolozzi, il margine di manovra sembra essersi ridotto al minimo, complice un risultato referendario che ha privato il governo della narrazione trionfalistica con cui si era presentato alla prova delle urne.
I numeri del voto e le conseguenze immediate
L’affluenza, attestatasi poco sopra la soglia della metà degli aventi diritto, ha restituito un quadro di partecipazione significativo, ma non sufficiente a ribaltare il trend che si era delineato nei sondaggi delle settimane precedenti. Con il ministero della Giustizia ancora scosso dalle ripercussioni del voto, il presidente del Consiglio ha dovuto prendere atto di un risultato che, per la prima volta dalla sua ascesa, segna un netto scollamento tra l’azione di governo e il consenso popolare su un tema ritenuto centrale. La tenuta dell’esecutivo, in questo frangente, passa ora dalla capacità di assorbire l’urto senza che le crepe apertesi nel dicastero di via Arenula si allarghino a dismisura.
Il nodo della comunicazione e la complessità della riforma
La riflessione di Nordio sulla difficoltà di comunicare una riforma complessa ha fatto emergere un elemento dirimente che ha caratterizzato tutta la campagna referendaria. A differenza di altre consultazioni, il merito della modifica costituzionale è rimasto per molti aspetti oscurato dalla polarizzazione politica e dalle tensioni tra governo e palazzi giudiziari. La decisione del ministro di restare al proprio posto, nonostante la delusione personale, rappresenta un tentativo di salvare il salvabile, concentrando gli sforzi sulla parte ordinaria dell’amministrazione, laddove la riforma costituzionale fallita avrebbe dovuto aprire scenari di profondo cambiamento strutturale.
Un ministero in bilico tra inchieste e assestamenti
La situazione di Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro resta la variabile più imprevedibile in questo contesto. Entrambi, per ragioni diverse, rappresentano i simboli di una stagione politica di rottura con la magistratura che ora, priva del crisma del consenso popolare sulla riforma, rischia di restare senza un punto di riferimento solido. Il sottosegretario Delmastro, in particolare, aveva legato gran parte della sua azione politica alla necessità di separare le carriere e di introdurre un giudizio disciplinare “terzo” per i magistrati. Con il referendum perso, la sua posizione appare più esposta che mai, in un governo che cerca di limitare i danni di una sconfitta storica senza apparire diviso.




