Spin Time, le immagini dei vigili del fuoco e lo scontro politico sul futuro del palazzo occupato
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Redazione Interno
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I riflettori sono puntati da settimane sul futuro di Spin Time Labs, il palazzo occupato di via Santa Croce in Gerusalemme a Roma, divenuto improvvisamente il terreno di uno scontro politico che coinvolge il governo, il Campidoglio e la società proprietaria dell’immobile. Il dibattito, acceso da un incendio che nella tarda serata del 29 luglio ha provocato l'evacuazione di circa quattrocento residenti, si è ulteriormente infiammato con la diffusione di video che, secondo gli occupanti, smentirebbero la natura emergenziale dell'intervento, gettando ombre sulle modalità dello sgombero.
La notte dell'incendio e i video che scatenano la polemica
Le immagini, girate all'interno dello stabile nelle ore successive al principio d'incendio in un vano tecnico al piano terra, mostrano una scena che poco ha a che fare con un'evacuazione d'emergenza. Alle tre del mattino, i vigili del fuoco sono ripresi mentre discutono con toni tranquilli al secondo piano, ironizzando persino sull'"incendio che sale le scale", in un clima che ridimensiona nettamente l'allarme iniziale.
I filmati, che documentano le fasi dell'intervento dei pompieri e della polizia, contraddirebbero la ricostruzione di un pericolo imminente, tanto che gli occupanti hanno parlato apertamente di uno sgombero "mascherato" e condotto con l'inganno, dopo che erano state date rassicurazioni su un possibile rientro.
La circostanza è resa ancora più spinosa dalle dichiarazioni del Campidoglio, che a seguito di un sopralluogo ha escluso criticità strutturali tali da giustificare l'inagibilità totale dell'edificio, alimentando i sospetti di una manovra per allontanare gli occupanti in modo definitivo.
Una trattativa complessa tra Comune e proprietà
Nel tentativo di trovare una soluzione alla crisi abitativa che ha gettato centinaia di persone in strada, il sindaco Roberto Gualtieri ha spinto per una soluzione che sembrava poter chiudere la vicenda: l'acquisto dell'immobile da parte di Roma Capitale, per destinarlo all'Edilizia Residenziale Pubblica. L'operazione, che avrebbe garantito un tetto regolare alle famiglie e valorizzato un'esperienza di welfare dal basso, si è però scontrata con il netto rifiuto di Investire SGR, la società proprietaria del palazzo.
La proprietà ha motivato il diniego citando le condizioni di inagibilità dello stabile, una tesi però contestata da Spin Time Labs e dal Comune, che parla di danni minimi. Al centro della disputa c'è anche un ingente risarcimento: il tribunale civile ha infatti condannato il Viminale a pagare oltre 21 milioni di euro alla società per i mancati guadagni dovuti all'occupazione illegittima, un'onere che lo Stato si trova a dover sostenere per il mancato tempestivo esecuzione del sequestro dell'immobile.
Le prime sistemazioni e le divisioni politiche
Mentre il braccio di ferro legale e politico sull'immobile continua, l'emergenza per le circa 356 persone rimaste senza casa resta la priorità assoluta. Dopo giorni di presidio sotto il sole e le improvvise bombe d'acqua, il Comune è riuscito a trovare un alloggio temporaneo per 81 persone, mentre circa 160 hanno già ottenuto una sistemazione, seppur spesso in zone molto distanti dal quartiere dell'Esquilino.
La maggior parte degli sfollati, tuttavia, continua a dormire in tenda davanti al palazzo sequestrato, in attesa di una soluzione definitiva. La vicenda, nel frattempo, si è caricata di un significato politico profondo, con il centrodestra che attacca l'operato del Campidoglio, parlando di un "premio all'illegalità" e chiedendo uno sgombero definitivo, mentre il centrosinistra e le forze di sinistra sostengono la necessità di un intervento pubblico per garantire il diritto alla casa e salvare un progetto di rigenerazione urbana.
Il lungo passato di un'occupazione controversa
La storia di Spin Time Labs è emblematica delle contraddizioni della capitale: iniziata il 12 ottobre 2013 con l'occupazione dell'ex sede Inpdap da parte del movimento Action, la realtà ha visto convivere per oltre un decennio famiglie in difficoltà, migranti e un'intensa attività culturale e politica. All'interno dello stabile di 17mila metri quadrati hanno trovato spazio laboratori, una falegnameria, una redazione giornalistica e persino feste a pagamento, il tutto in un regime di illegalità che ha attirato l'attenzione della cronaca e della politica.
Un episodio simbolo di questa convivenza forzata tra emergenza sociale e illegalità risale al maggio 2019, quando il cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere di Papa Francesco, ruppe i sigilli ai contatori per riattivare la corrente elettrica a centinaia di persone lasciate al buio per un debito di 300mila euro. Un gesto che accese i riflettori sul palazzo, rendendolo un simbolo della battaglia per il diritto all'abitare, ma anche un caso politico irrisolto che oggi, dopo l'incendio, è esploso con tutta la sua forza.
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