Il fantasma di South Pars e la ritorsione di Teheran, l’offensiva sul gas infiamma il Golfo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   È il più grande giacimento di gas naturale del mondo, un gigante dormiente che si estende per novemila chilometri quadrati nel mezzo del Golfo Persico, e da ieri è il centro nevralgico di una escalation che rischia di travolgere gli equilibri energetici dell’intero pianeta. Il riferimento è a South Pars, il cuore pulsante dell’industria degli idrocarburi iraniano, un complesso di piattaforme e impianti di lavorazione che Teheran condivide con il Qatar — una comproprietà geologica che rende la pace in quella fetta di mare un affare di interesse comune — e che nelle ultime quarantotto ore è stato violato dalle bombe israeliane. L’attacco, mirato e chirurgico secondo le prime ricostruzioni, ha preso di mira i serbatoi di stoccaggio e le raffinerie della città costiera di Asaluyeh, dove il gas viene trattato prima di essere immesso nelle reti di distribuzione. L’operazione militare ha immediatamente bloccato la produzione di due importanti raffinerie, quelle con una capacità complessiva di circa cento milioni di metri cubi al giorno, e ha innescato un incendio di vaste proporzioni le cui fiamme, spente dopo ore di lavoro dalle squadre di emergenza, hanno lasciato il segno su un’infrastruttura considerata vitale non solo per l’economia persiana ma per l’intero mercato globale dell’energia.

La risposta della Repubblica Islamica non si è fatta attendere, anzi, è arrivata con una violenza inaudita e con una direzione precisa che ha sorpreso gli analisti: cinque missili balistici sono stati lanciati verso il complesso di Ras Laffan, il principale hub qatariota per la produzione di gas naturale liquefatto, situato sulla costa nord-orientale della penisola araba. Quattro di questi ordigni sono stati intercettati dai sistemi di difesa, ma uno è riuscito a penetrare lo scudo e a colpire l’impianto, provocando un’esplosione e un incendio che ha causato danni estesi, sebbene senza apparenti vittime, come ha tenuto a precisare la stessa QatarEnergy in una nota ufficiale. Doha, che fino a quel momento aveva cercato di mantenersi in una posizione di neutralità diplomatica, si è trovata improvvisamente in trincea, costretta a subire le conseguenze di una guerra che non aveva dichiarato ma che, per la vicinanza geografica e geologica con l’Iran, l’ha resa un bersaglio inevitabile. La reazione del governo qatariota è stata immediata e durissima: il ministero degli Esteri ha dichiarato persona non grata gli addetti militari e di sicurezza dell’ambasciata iraniana a Doha, intimando loro di lasciare il paese entro ventiquattr’ore, e ha parlato di una “palese violazione della sovranità” e di “una minaccia diretta alla stabilità regionale” che non potrà restare senza conseguenze.

Ma la mossa più sorprendente, e forse la più carica di significato per gli sviluppi futuri del conflitto, è arrivata da Washington. Donald Trump, in un lungo e articolato post sulla sua piattaforma Truth, ha preso le distanze dall’operazione israeliana, affermando con una certa enfasi che gli Stati Uniti non erano stati informati dell’attacco a South Pars e che il Qatar non aveva alcuna responsabilità né conoscenza preventiva di quanto stava per accadere. Una precisazione, questa, che suona come un tentativo di delimitare il campo d’azione e di evitare che l’alleato storico possa trascinare l’America in un pantano senza via d’uscita. Trump ha chiarito che non ci saranno ulteriori raid israeliani contro il giacimento, a patto che l’Iran desista dal colpire nuovamente obiettivi civili in Qatar, e ha accompagnato questa dichiarazione con una minaccia esplicita e senza precedenti: qualora Teheran dovesse replicare con un nuovo attacco a Ras Laffan, gli Stati Uniti interverranno in prima persona e “distruggeranno completamente l’intero giacimento di South Pars con una potenza e una forza che l’Iran non ha mai visto prima”. Un avvertimento che suona come un vero e proprio ultimatum, destinato a ridisegnare i confini della deterrenza nella regione.

L’ombra della guerra di terra e il terremoto sui mercati

Mentre la diplomazia fatica a tenere il passo degli eventi, e le parole di Trump rimbombano nei palazzi del potere mediorientali, l’apparato militare americano sembra muoversi su un binario parallelo che porta dritto verso un coinvolgimento diretto. Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, e ripreso da diverse testate internazionali, l’amministrazione starebbe valutando seriamente l’ipotesi di uno sbarco di migliaia di soldati sull’isola di Kharg, lo snodo cruciale da cui transita circa l’ottanta per cento delle esportazioni petrolifere iraniane, o in alternativa un dispiegamento di truppe lungo le coste persiane con l’obiettivo dichiarato di garantire la sicurezza del traffico navale nello Stretto di Hormuz. Non solo: il Pentagono avrebbe già avanzato una richiesta formale alla Casa Bianca per ottenere dal Congresso uno stanziamento straordinario di oltre duecento miliardi di dollari, una cifra che supera di gran lunga quanto già speso finora per le operazioni in Medio Oriente e che testimonia la portata dell’impegno militare che si sta profilando all’orizzonte.

Parallelamente, le cancellerie europee si attivano nel tentativo di scongiurare il peggio. Emmanuel Macron ha parlato al telefono con l’emiro del Qatar e con lo stesso Trump, lanciando un appello accorato per una moratoria immediata sugli attacchi alle infrastrutture civili, in particolare quelle energetiche e idriche, perché, ha scritto il presidente francese, “le popolazioni civili e i loro bisogni essenziali, così come la sicurezza degli approvvigionamenti, devono essere preservati dall’escalation militare”. Un appello che, per quanto nobile, rischia di infrangersi contro la logica spietata di una guerra che ha scelto proprio le infrastrutture energetiche come campo di battaglia principale. A Riyadh, intanto, i ministri degli Esteri di una dozzina di paesi arabi e islamici si sono riuniti d’urgenza per discutere le misure da adottare, e hanno emesso una dichiarazione congiunta in cui condannano senza mezzi termini gli attacchi iraniani contro “strutture civili, impianti petroliferi, impianti di desalinizzazione e aeroporti”, e chiedono a Teheran la cessazione immediata delle ostilità. Il fronte arabo, pur nella sua frammentarietà, sembra compattarsi contro l’asse della resistenza, e l’Arabia Saudita, attraverso il suo ministro degli Esteri, ha avvertito che “ci riserviamo il diritto di intraprendere azioni militari se necessario”, un’affermazione che non lascia spazio a interpretazioni.

Le conseguenze economiche di questo scontro si sono già manifestate con una violenza inaudita sui mercati globali: il prezzo del greggio Brent ha superato la soglia dei centododici dollari al barile, con un balzo superiore al cinque per cento in poche ore, mentre il gas naturale ha registrato impennate altrettanto vertiginose. La borsa di Tokyo ha aperto in forte ribasso, seguendo il tracollo degli indici americani, e il timore di una recessione indotta dal caro-energia comincia a farsi strada nelle cancellerie e nei board delle multinazionali. Il conflitto, nato come uno scontro localizzato, sta dimostrando di avere gambe lunghe e di poter camminare spedito verso una regionalizzazione che nessuno, a questo punto, sembra più in grado di controllare. E mentre i missili solcano i cieli del Golfo e le piattaforme bruciano, una domanda sorge spontanea, anche se destinata a rimanere senza risposta: fino a che punto si potrà spingere l’escalation prima che qualcuno, da una parte o dall’altra, decida che il prezzo da pagare è diventato semplicemente troppo alto?

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