La guerra totale dell'energia: l'attacco al South Pars e la ritorsione iraniana sui giacimenti del Golfo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’operazione militare che ha preso di mira il giacimento di South Pars, imponente struttura situata al largo delle coste iraniane nel Golfo Persico e condivisa con il Qatar, rappresenta un salto di qualità nella strategia del conflitto in corso. Non ci si trova più di fronte a scaramucce di confine o a bombardamenti mirati a obiettivi strettamente militari: l’asse israelo-americano, con l’avvallo della nuova amministrazione Trump, ha colpito il cuore pulsante dell’economia energetica della regione. La risposta di Teheran, d’altra parte, non si è fatta attendere ed è stata speculare, dimostrando una dottrina chiara basata sulla vulnerabilità simmetrica. I pasdaran hanno infatti lanciato una serie di raid contro le infrastrutture energetiche degli stati del Golfo, con un focus particolare sul complesso di Ras Laffan in Qatar, uno dei più importanti hub mondiali per la liquefazione del gas naturale. Un attacco, quest’ultimo, che ha provocato un incendio di vaste proporzioni e che ha immediatamente fatto schizzare verso l’alto le quotazioni del greggio e del metano sui mercati internazionali, già nervosi per la chiusura virtuale dello Stretto di Hormuz.

L’effetto domino sulla ragnatela dei contratti energetici globali

Le conseguenze dell’escalation, però, non si fermano al dato puramente congiunturale del prezzo del petrolio. La dichiarazione rilasciata dal primo ministro qatariota, Mohammed bin Abdelrahmane al-Thani, lascia poco spazio all’interpretazione: l’approvvigionamento energetico mondiale subirà “gravi ripercussioni”. Un monito che si è tradotto in realtà poche ore dopo, quando l’amministratore delegato di QatarEnergy, nonché ministro dell’Energia, Saad al-Kaabi, ha dovuto annunciare la probabile attivazione della clausola di forza maggiore sui contratti di fornitura a lungo termine. Una mossa, questa, che di fatto sospende gli impegni presi con una serie di paesi chiave, tra cui l’Italia, il Belgio, la Corea del Sud e la Cina. Il danno subito dagli impianti di liquefazione, stimato intorno al 17% dell’intera capacità esportatrice del piccolo emirato, non solo apre un buco da 20 miliardi di dollari nelle entrate annuali del Qatar, ma rischia di creare una voragine nell’approvvigionamento di quei paesi fortemente dipendenti dal Gnl, costringendoli a rincorrere carichi sul mercato spot a prezzi inevitabilmente maggiorati.

La nuova dottrina bellica nel Golfo: l’energia come bersaglio e scudo

Ciò che emerge con chiarezza da questa nuova fase del conflitto è il superamento di ogni tacita linea rossa che, in passato, aveva sempre protetto le infrastrutture energetiche, considerate alla stregua di un bene comune non solo per i produttori ma per l’intera economia globale. Colpire il giacimento di South Pars, da cui dipende in larga parte la produzione di energia per il fabbisogno interno iraniano e per le esportazioni, significa imporre un costo immediato e doloroso alla popolazione e alle casse dello stato. Allo stesso modo, la ritorsione su Ras Laffan, che sorge in un paese tradizionalmente mediatore e solo formalmente neutrale come il Qatar, lancia un messaggio inequivocabile a tutti gli stati della penisola arabica: non esiste più un santuario, e chiunque ospiti basi o sia alleato degli Stati Uniti e di Israele diventa un bersaglio legittimo. Le parole del ministro degli Esteri saudita, che ha parlato di un attacco a Riad tutt’altro che casuale mentre erano in corso riunioni diplomatiche, confermano la percezione di un conflitto che sta rapidamente assumendo i contorni di una guerra regionale aperta, dove la leva energetica viene impugnata da entrambi gli schieramenti come arma offensiva e difensiva al tempo stesso.

L’impatto sistemico su rotte marittime e sicurezza industriale

Oltre ai riflettori puntati sui maxi impianti, la ragnatela del conflitto si è allargata a macchia d’olio su tutto il sistema logistico del Golfo. Le agenzie di stampa internazionali riportano di attacchi e incidenti che coinvolgono non solo le strutture a terra, ma anche le navi in transito. Un’imbarcazione è stata colpita da un proiettile di natura ancora incerta al largo delle coste orientali degli Emirati Arabi Uniti, vicino a Khor Fakkan, un punto nevralgico per il traffico marittimo in uscita dallo Stretto di Hormuz. Non si tratta di episodi isolati, ma del tassello di una strategia più ampia volta a rendere insicure le rotte attraverso cui passa una fetta consistente degli idrocarburi mondiali. Le stesse autorità di Abu Dhabi sono state costrette a sospendere temporaneamente le operazioni in alcuni dei loro siti chiave, come il giacimento di Bab e il complesso di Habshan, a causa della caduta di detriti durante l’intercettazione di missili. È la fotografia di un’area in fiamme, dove ogni anello della catena di produzione e trasporto dell’energia – dai giacimenti offshore alle raffinerie a terra, dalle navi metaniere ai depositi di carburante – è entrato a far parte del campo di battaglia, con ricadute che dagli equilibri geopolitici si riverberano direttamente sulle bollette di cittadini e imprese in Europa e in Asia.

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