Trump e il nodo Hormuz: “Alleati pronti, ma troppo tardi”. Gelo con la premier giapponese Takaichi su Pearl Harbor
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Redazione Esteri
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Nell’incontro nello Studio Ovale con la premier giapponese Sanae Takaichi, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha lanciato un messaggio netto riguardo alla crisi in Medio Oriente, dichiarando che, sebbene alcuni alleati stiano finalmente mostrando una maggiore disponibilità a contribuire alle operazioni nello stretto di Hormuz, la loro mobilitazione arriva comunque in un momento che egli stesso ha definito “troppo tardi”. Il presidente, che ha ribadito con forza come l’operazione militare in corso proceda secondo i piani stabiliti, ha voluto dissipare ogni dubbio circa un possibile intervento di terra, affermando in modo perentorio: “Non invierò soldati in Iran”. Una precisazione, questa, che Trump ha reso con una certa enfasi, aggiungendo, quasi con una sfumatura di sfida nei confronti degli osservatori internazionali, che se avesse mai avuto intenzione di farlo, “certamente non ve lo direi”. Il capo della Casa Bianca ha poi voluto rassicurare l’opinione pubblica e i partner internazionali sul fatto che, al termine di questa fase delle ostilità, il mondo potrà trarre maggiore sicurezza, un’affermazione che giunge mentre il conflitto, giunto ormai alla terza settimana, non mostra segni di una rapida risoluzione.
Il peso della storia e le pressioni su Tokyo
L’incontro tra Trump e la premier Takaichi, leader del Partito Liberal Democratico giapponese, si è svolto in un clima di apparente cordialità formale, ma non sono mancati momenti di evidente gelo, in particolare quando il presidente americano ha accennato al ruolo che il Giappone avrebbe dovuto svolgere nello scacchiere mediorientale. La Takaichi, che si trova a Washington per quella che è la sua prima visita ufficiale negli Stati Uniti da quando ha assunto l’incarico, si è vista rinfacciare, seppur in modo implicito, l’importanza strategica dell’alleanza bilaterale, con Trump che ha sottolineato come il Giappone, dipendendo per oltre il novanta per cento del proprio fabbisogno energetico dalle rotte del Golfo, abbia un interesse vitale nella libertà di navigazione. Tuttavia, la posizione di Tokyo appare estremamente delicata e vincolata non solo dalla propria costituzione pacifista, che all’articolo 9 sancisce la reiezione della guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, ma anche da una memoria storica che rende politicamente rischioso qualsiasi intervento militare che possa essere percepito come una diretta partecipazione al conflitto.
Le ambiguità della dottrina Trump e l’assedio allo stretto
Se da un lato Trump ha assicurato che non vi saranno “stivali americani” sul terreno iraniano, dall’altro le forze armate statunitensi proseguono senza sosta nella loro campagna di bombardamenti, mirata a colpire le capacità navali e missilistiche di Teheran, con l’obiettivo dichiarato di indebolire la sua abilità di minacciare il traffico commerciale. È in questo contesto che si inserisce la questione dello stretto di Hormuz, il cui blocco di fatto, attuato dall'Iran, ha fatto impennare i prezzi del petrolio e messo in ginocchio le economie più dipendenti dagli idrocarburi della regione. La richiesta americana ai partner, come emerso anche durante il colloquio con la Takaichi, è quella di contribuire con mezzi navali e, nel caso specifico del Giappone, con le sue avanzate dragamine, per garantire la sicurezza delle rotte. La premier nipponica, dal canto suo, si è limitata a ribadire l’importanza della stabilità globale, portando con sé quelle che ha definito “proposte specifiche per calmare i mercati energetici”, senza però assumere impegni concreti sul piano militare, una posizione che pare aver alimentato la freddezza del presidente americano.
Un conflitto che si allarga e le rimostranze dell’alleato storico
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, l’incontro ha risentito delle recenti polemiche suscitate dalle parole di Trump, il quale aveva espresso delusione per la scarsa partecipazione degli alleati alla missione di scorta nel Golfo. La premier Takaichi, pur condannando le azioni iraniane e ribadendo che lo sviluppo di armi nucleari da parte di Teheran “non deve mai essere permesso”, si trova a dover gestire un’opinione pubblica interna largamente contraria all’escalation militare voluta da Washington e Gerusalemme. Durante il vertice, secondo quanto riferito da fonti vicine al dossier, Trump avrebbe anche accennato alla necessità di un maggiore burden sharing, ovvero una più equa ripartizione degli oneri della difesa, un tema che storicamente ha creato frizioni tra i due Paesi, soprattutto se si considera la presenza di decine di migliaia di militari americani stanziati in Giappone. La visita della Takaichi, che pure era stata presentata come un’occasione per suggellare un’amicizia personale con il leader americano, si è così trasformata in un banco di prova complesso, dove le esigenze della realpolitik hanno prevalso sui toni celebrativi, lasciando intravedere le crepe in un’alleanza messa a dura prova dagli eventi bellici in Medio Oriente.




