Guerra in Iran, il conflitto si allarga agli hub energetici del Golfo: danni a South Pars e Ras Laffan

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non è solo una guerra combattuta con missili e droni, ma anche una guerra che ha preso di mira il cuore pulsante dell’economia globale: l’energia. Nelle ultime ore, il conflitto che oppone Stati Uniti, Israele e Iran è entrato in una fase che gli analisti definiscono senza precedenti, spostando il baricentro degli scontri dalle infrastrutture militari e politiche ai grandi giacimenti e ai terminali di esportazione di greggio e gas liquefatto. Gli attacchi, che si susseguono ormai da giorni, hanno colpito obiettivi strategici di primaria importanza, dall’isola di Kharg, snodo fondamentale per le esportazioni di petrolio iraniano, fino agli impianti del gigantesco giacimento di South Pars, un giacimento condiviso da Iran e Qatar e considerato il più grande al mondo per riserve di gas naturale. L’escalation, iniziata con le incursioni israeliane supportate dagli Stati Uniti, ha subito provocato una reazione a catena: Teheran ha risposto con attacchi mirati sugli impianti di Ras Laffan, in Qatar, il più grande hub mondiale per la produzione di GNL.

La nuova fase del conflitto: South Pars e la risposta iraniana

Mercoledì, l’attacco al giacimento iraniano di South Pars ha rappresentato una svolta netta. Fonti ufficiali hanno confermato che gli impianti, dai quali dipende circa il 70 per cento del fabbisogno energetico domestico dell’Iran, hanno subito ingenti danni a causa di incendi sviluppatisi in seguito ai bombardamenti. Sebbene il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, abbia dichiarato che Washington non era a conoscenza di quell’operazione specifica, attribuendola a una decisione autonoma di Israele, l’attacco ha spinto il governo di Teheran a innalzare immediatamente il livello dello scontro. Le conseguenze non si sono fatte attendere: nel giro di poche ore, l’Iran ha lanciato una serie di raid contro le strutture qatariote di Ras Laffan, colpendo quelle che fino a pochi giorni fa rappresentavano le infrastrutture più sicure e strategiche per l’export del gas mondiale.

Le ripercussioni sono state immediate e devastanti sul piano operativo. QatarEnergy, la società statale, ha dovuto dichiarare ufficialmente lo stato di “forza maggiore”, una clausola contrattuale che la svincola dagli obblighi di fornitura proprio mentre le fiamme divampavano negli stabilimenti. L’amministratore delegato, Saad al-Kaabi, ha parlato di uno scenario che non avrebbe mai immaginato nemmeno nei peggiori incubi: due delle quattordici unità di trattamento del GNL sono state messe fuori uso, insieme a uno dei due impianti di conversione da gas a liquidi (GTL), con danni che richiederanno probabilmente un lasso di tempo compreso tra i tre e i cinque anni per essere riparati.

Le conseguenze economiche e l’impatto sull’Italia

Sul fronte economico, le conseguenze di questa escalation hanno già iniziato a manifestarsi con una violenta impennata dei prezzi. Il Brent ha superato la soglia dei 112 dollari al barile, mentre il mercato del gas è in preda a una volatilità che non si vedeva dai tempi della crisi ucraina. Per l’Italia, il cui approvvigionamento energetico è strettamente legato ai flussi provenienti dal Qatar, la situazione si fa critica. L’azienda Edison, che ha in essere contratti a lungo termine con QatarEnergy per la fornitura di circa 6,4 miliardi di metri cubi di gas all’anno (pari a quasi il 10 per cento del consumo nazionale), ha già ricevuto comunicazione dell’impossibilità di rispettare gli impegni contrattuali per i prossimi mesi, con il rischio concreto che la sospensione possa estendersi per un arco di tempo ben più lungo.

In risposta a questa crisi improvvisa, il governo italiano ha avviato contatti immediati con fornitori alternativi, cercando di diversificare rapidamente le fonti di approvvigionamento. Le interlocuzioni con Stati Uniti, Azerbaigian e Algeria si sono intensificate nelle ultime ore, nel tentativo di tamponare una falla che rischia di mettere in ginocchio il sistema industriale nazionale proprio in una fase di delicata ripresa. Il ministro dell’Energia, Gilberto Pichetto Fratin, ha sottolineato come l’attacco agli impianti qatarioti, già in precedenza costretti a fermarsi, abbia avuto un impatto “devastante” sui listini, costringendo l’Italia e l’Europa a ricalcolare le proprie strategie di sicurezza energetica senza però, ha ribadito, tornare ad acquistare gas dalla Russia.

Uno scenario globale sotto pressione tra danni e incertezze

Il quadro che si delinea è quello di un’infrastruttura energetica regionale messa in ginocchio. Non solo Kharg e South Pars: l’ondata di violenza ha coinvolto anche la raffineria saudita di Ras Tanura, un caposaldo del settore petrolifero del Regno, e l’impianto di Ruwais negli Emirati Arabi Uniti, il quarto più grande al mondo per capacità di raffinazione. Le operazioni in molte di queste strutture sono state sospese o operate a capacità ridotta, mentre l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha registrato un crollo della produzione complessiva dei paesi del Golfo, escluso l’Oman, passata da 30 a 20 milioni di barili al giorno.

Le dichiarazioni dei vertici delle compagnie energetiche, come il presidente di Aramco, che ha avvertito delle “conseguenze catastrofiche” per i mercati petroliferi, riflettono una realtà in cui l’elemento militare e quello economico sono ormai inscindibili. La minaccia dell’Iran di bloccare lo Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per gran parte delle esportazioni di greggio mondiale, aleggia come spada di Damocle, mentre le nazioni della regione, tra cui lo stesso Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, si trovano a dover gestire attacchi diretti ai propri centri nevralgici, nonostante i tentativi di mediazione e le condanne ufficiali. La guerra, ormai, si combatte anche sui bruciatori delle raffinerie e sugli oleodotti, in un’escalation di cui è difficile prevedere l’evoluzione ma i cui effetti si stanno già riversando sulle economie occidentali.

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