Guerra in Iran, l’attacco ai giganti del gas: South Pars e Ras Laffan nel mirino, l’economia globale trema
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Redazione Esteri
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Il conflitto in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran ha da tempo varcato i confini della semplice contrapposizione militare per trasformarsi, come del resto molti analisti avevano previsto fin dalle prime battute, in una guerra totale dell’energia. Negli ultimi giorni, la strategia sul campo si è fatta più chiara e spietata: bombardamenti aerei e attacchi con droni non colpiscono più solo obiettivi politici o militari, ma prendono di mira il cuore pulsante delle economie nazionali, ovvero le infrastrutture che garantiscono l’estrazione e l’esportazione di petrolio e gas. La svolta è arrivata con l’attacco israeliano all’isola di Kharg, nodo nevralgico per le esportazioni di greggio iraniano, e, successivamente, con il raid che ha coinvolto il giacimento di South Pars, la più grande riserva di gas naturale al mondo, condivisa tra Iran e Qatar. Una mossa, quella di Tel Aviv, che ha di fatto aperto una nuova fase del conflitto, allargando il fronte a un settore considerato fino a quel momento inviolabile.
South Pars, il simbolo della nuova strategia
L’attacco al complesso di South Pars, avvenuto con il coordinamento e l’approvazione dell’amministrazione Trump – come confermato da un funzionario del Dipartimento della Guerra americano – rappresenta un’escalation deliberata. Non si è trattato di un attacco marginale: South Pars fornisce circa il settanta per cento del consumo interno di gas iraniano, rappresentando una fonte primaria di sostentamento per l’economia nazionale e, non secondariamente, per le casse del regime. L’analista Giorgio Arfaras, già direttore della Lettera Economica del Centro Einaudi, ha sottolineato come proprio la distinzione tra infrastrutture politiche e capacità produttiva energetica fosse la questione cruciale per interpretare le mosse iniziali; il recente cambio di rotta, con l’inclusione di South Pars tra gli obiettivi, suggerisce che la pressione sull’asse Teheran-Qatar sia destinata a intensificarsi. La scelta israeliana, insomma, ha rotto un tabù, trasformando un conflitto regionale in una crisi energetica globale che ha già fatto impennare il prezzo del Brent fino a sfiorare i centosedici dollari al barile, con un incremento di oltre il sessanta per cento dall’inizio delle operazioni militari a fine febbraio.
La rappresaglia di Teheran e il crollo del “modello Qatar”
La risposta di Teheran non si è fatta attendere e ha dimostrato una pericolosa capacità di replica, colpendo a sua volta gli interessi energetici degli avversari nella regione. L’obiettivo prescelto è stato il polo industriale di Ras Laffan in Qatar, la più grande struttura di esportazione di gas naturale liquefatto (GNL) al mondo. I missili iraniani hanno causato danni ingenti, tanto che la compagnia statale QatarEnergy ha dovuto dichiarare la *force majeure* su diversi contratti di fornitura a lungo termine. Le stime parlano di una riduzione del diciassette per cento della capacità produttiva ed esportativa del Paese, una perdita secca che si traduce in una diminuzione di circa venti miliardi di dollari all’anno per l’economia qatariota. Le conseguenze, in questo caso, non sono solo economiche ma anche strategiche: il Qatar, che negli ultimi anni aveva assunto il ruolo di mediatore globale e fornitore affidabile per Europa e Asia, si ritrova ora azzoppato, con i tempi di ripristino degli impianti di Ras Laffan che, secondo le dichiarazioni ufficiali di QatarEnergy, potrebbero richiedere dai tre ai cinque anni. Un lasso di tempo lunghissimo, che rischia di ridefinire gli equilibri del mercato energetico internazionale, con l’Europa, già provata dalla crisi ucraina, che si trova a dover fare i conti con la perdita di uno dei suoi principali fornitori di GNL proprio mentre i prezzi del gas volano.
Le conseguenze economiche e finanziarie di un conflitto allargato
Il fronte energetico, ormai, è diventato il banco di prova più importante per valutare la tenuta dell’economia globale sotto stress geopolitico. L’analisi delle ripercussioni va ben oltre i semplici rincari alla pompa: l’attacco a Ras Laffan ha distrutto in poche ore la capacità di un intero Paese di onorare i propri impegni contrattuali, scatenando il caos sulle borse merci. Il prezzo del gas naturale in Europa, come rilevato da diversi osservatori, ha subito un’impennata a doppia cifra, con il costo del megawattora che è tornato ai livelli di picco della crisi energetica del 2022. Le conseguenze finanziarie sono dirompenti: le società energetiche devono ricalcolare i rischi su un orizzonte temporale che si è improvvisamente allungato, mentre le assicurazioni rivedono al rialzo i premi per le navi che transitano nello Stretto di Hormuz, praticamente paralizzato e reso impraticabile dai continui attacchi. La guerra dell’energia, in questa fase, sta mostrando tutta la sua potenza di fuoco non solo sui campi di battaglia, ma anche nei meccanismi, apparentemente astratti, della finanza globale, dove la volatilità è diventata l’unica certezza.




