La guerra in Iran e il giacimento di gas di South Pars: il nodo che tiene in scacco l’intesa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La possibilità di chiudere rapidamente il conflitto con l’Iran, una guerra che ormai si trascina tra attacchi mirati e rappresaglie trasversali, sembra appesa a un filo sottilissimo. Quel filo, a ben guardare, si chiama South Pars, l’immenso giacimento di gas situato al largo delle coste iraniane, una risorsa strategica che le Guardie Rivoluzionarie hanno trasformato in una vera e propria “macchina da soldi”. Proprio lì, lunedì scorso, si è consumato l’ennesimo colpo di scena militare: il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha confermato l’attacco all’impianto petrolchimico di Asaluyeh, un’azione che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha subito rivendicato in un video. «Abbiamo distrutto il più grande impianto petrolchimico in Iran», ha detto Netanyahu, specificando che si tratta di una campagna sistematica per smantellare le fonti di finanziamento del regime. E mentre le fiamme si levavano su quelle strutture, dall’altra parte dell’oceano arrivava la voce di Donald Trump, oggi presidente degli Stati Uniti da oltre un anno, il quale ha imposto una scadenza secca: martedì è il giorno ultimo per un accordo con Teheran.

L’ultimatum di Trump e la partita sul nucleare

«Ho visto tutte le proposte che potete immaginare» ha dichiarato Trump, riferendosi evidentemente ai tentativi diplomatici degli ultimi mesi. La proposta iraniana, a suo dire, rappresenta un «grande passo» ma non è ancora «sufficiente». Nessun dettaglio è emerso sui contenuti specifici di quella controfferta, eppure il messaggio del tycoon è chiaro: l’Iran non può avere l’arma nucleare, punto fermo su cui l’amministrazione non intende transigere. Resta da capire se questa pressione a orologeria possa davvero accelerare un negoziato o se, al contrario, finirà per inasprire la posizione dei mullah. Di certo, l’attacco a South Pars – un sito cruciale non solo per l’economia iraniana ma anche per gli equilibri energetici regionali – ha già mostrato come Israele preferisca agire sul campo piuttosto che attendere le mosse di una diplomazia spesso inceppata.

Netanyahu e la strategia delle forze armate israeliane

In un video diffuso dopo l’operazione, Netanyahu ha elencato gli obiettivi di quella che ha definito una campagna sistematica: «Stiamo distruggendo fabbriche, stiamo eliminando attivisti e continuiamo a eliminare figure di spicco». L’attacco all’impianto petrolchimico di South Pars, dunque, non rappresenta un episodio isolato ma si inserisce in un disegno più ampio volto a colpire le infrastrutture economiche del delle Guardie della Rivoluzione Islamica. L’impianto di Asaluyeh, cuore della raffinazione del gas estratto dal colossale giacimento – che l’Iran condivide con il Qatar nel Golfo Persico – era considerato un obiettivo sensibile: danneggiarlo significa non solo ridurre le entrate in valuta pregiata del regime, ma anche indebolire la sua capacità di finanziare le proprie reti estere.

I bombardamenti notturni e la strage di bambini a Teheran

Mentre i vertici militari israeliani e statunitensi rivendicano colpi precisi contro obiettivi strategici, sul terreno i costi umani continuano a salire, e troppo spesso a pagare sono i più piccoli. Nella giornata di Pasqua, una serie di raid attribuiti all’asse occidentale – benché non vi siano state rivendicazioni formali da parte né di Washington né di Gerusalemme – hanno colpito una zona della provincia di Teheran, provocando la morte di dieci bambini al di sotto dei dieci anni: sei maschi e quattro femmine. L’ennesima strage che si aggiunge a quella, ben più grave, della scuola di Minab, dove quasi duecento bambine persero la vita sotto le macerie. L’effetto di questi eventi, raccontati con il pudore che si deve a vittime così giovani, è quello di alimentare una profonda sfiducia da parte dei vertici iraniani nei confronti dell’alleanza tra Stati Uniti e Israele. Nessuna dichiarazione ufficiale di Teheran ha però ancora indicato una svolta immediata nella condotta del conflitto, mentre il conto alla rovescia fissato da Trump si avvicina inesorabile allo scadere di martedì.

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