Borse europee in rosso, il prezzo del petrolio vola e l’attacco al giacimento South Pars riaccende la paura inflazione
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Redazione Economia
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Le torsioni dei mercati finanziari, che pure avevano tentato un timido recupero nella seduta precedente scommettendo su una possibile de-escalation, raccontano oggi una verità ben diversa, quella di un conflitto mediorientale che ha definitivamente rotto gli argini e trasformato le infrastrutture energetiche – quelle stesse che tengono in equilibrio l’economia globale – in bersaglio di guerra. L’attacco, attribuito a Israele e condotto con il coordinamento degli Stati Uniti, ha preso di mira il cuore pulsante dell’industria energetica iraniana: il giacimento di South Pars, il più vasto giacimento di gas naturale del pianeta, situato nel Golfo Persico al largo della provincia di Bushehr, e le vicine installazioni petrolchimiche di Asaluyeh, provocando un vasto incendio le cui fiamme, spente solo dopo ore, hanno di fatto acceso la miccia di una nuova, pericolosissima fase del conflitto. L’operazione militare, che ha visto droni e missili colpire siti strategici da cui transitano flussi energetici vitali non solo per Teheran ma per l’intero sistema-Paese, ha immediatamente prodotto l’effetto temuto dai trader di tutto il mondo: il prezzo del greggio Brent, dopo aver toccato quota 114 dollari al barile nelle contrattazioni notturne, si è attestato ben sopra la soglia psicologica dei 110 dollari, mentre il gas naturale ad Amsterdam ha registrato un’impennata superiore al 25%, riportando l’Europa e l’Asia – aree geografiche fortemente dipendenti dal Gnl qatariota e dai flussi dell’area – a fare i conti con lo spettro di una stagflazione che ricorda gli anni dello shock energetico.
La rappresaglia iraniana e il nuovo equilibrio del terrore nel Golfo
La reazione della Repubblica Islamica, lungi dal limitarsi a una condanna verbale, si è concretizzata in una serie di attacchi missilistici mirati a colpire a loro volta gli alleati degli Stati Uniti e di Israele nella regione, con l’obiettivo dichiarato di dimostrare che nessuna infrastruttura energetica, nemica o amica che sia, può considerarsi al sicuro. Missili balistici lanciati dall’Iran hanno centrato la città industriale di Ras Laffan, in Qatar, dove ha sede il più importante impianto di liquefazione del gas naturale al mondo, causando danni estesi e incendi che le autorità locali hanno faticato a domare, mentre altri ordigni – secondo quanto riferito dai media ufficiali di Teheran – sono stati indirizzati contro obiettivi in Arabia Saudita, colpendo impianti dell’Aramco e creando il panico tra gli operatori. È in questo clima di guerriglia energetica a cielo aperto che il presidente americano Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, è intervenuto con la consueta durezza retorica, lanciando un ultimatum senza precedenti: se l’Iran oserà colpire nuovamente il Qatar, gli Stati Uniti risponderanno “distruggendo completamente” l’intero giacimento di South Pars con una potenza mai vista prima, una dichiarazione che di fatto istituzionalizza la vulnerabilità delle risorse naturali come leva di pressione geopolitica. Nel frattempo, dodici nazioni arabe e islamiche, riunite a Riyadh, hanno firmato una dichiarazione congiunta per chiedere a Teheran la cessazione immediata delle ostilità e il rispetto del diritto internazionale, un appello che suona quasi come un grido d’allarme di fronte a un conflitto che minaccia di travolgere gli equilibri interni alla regione.
L’incertezza delle banche centrali tra dazi, tassi e instabilità
Proprio mentre i riflettori dei mercati sono puntati sull’escalation militare, le banche centrali dei principali blocchi economici si trovano a dover navigare a vista in acque che si fanno di ora in ora più agitate, con la Federal Reserve che nella notte ha mantenuto i tassi invariati segnalando una forte incertezza legata all’impennata dei prezzi dell’energia, e la Banca centrale europea attesa per una decisione che appare scontata nella forma – nessuna modifica al costo del denaro – ma tutt’altro che definita nella sostanza delle future mosse. Il tasso sui depositi, fermo al 2%, potrebbe infatti rivelarsi un’ancora insufficiente se l’inflazione, che a febbraio viaggiava sotto la soglia del 2% nell’Eurozona, dovesse subire una nuova accelerazione proprio a causa dei rincari di petrolio e gas, alimentando quelle pressioni sui prezzi che i banchieri centrali speravano di aver definitivamente domato. La presidente Christine Lagarde, nel corso della conferenza stampa che seguirà il verdetto di Francoforte, sarà chiamata a dosare le parole con la precisione di un chirurgo, dovendo rassicurare i mercati senza però chiudere la porta a un eventuale inasprimento della politica monetaria se l’inflazione dovesse davvero riaccendersi, un equilibrio precario che si gioca sull’interpretazione dei dati e sulla volatilità di uno scenario geopolitico che cambia con la velocità di un missile. E mentre l’Europa trattiene il fiato, in Asia il Nikkei ha chiuso in profondo rosso, perdendo oltre il tre per cento, vittima di una tempesta perfetta fatta di yen debole, tassi americani in rialzo e, naturalmente, la paura che il conflitto possa interrompere le catene di approvvigionamento di semiconduttori, per la cui produzione il gas naturale estratto in quelle stesse regioni è componente essenziale.




