Netanyahu rivendica l’attacco al giacimento di South Pars: “Israele ha agito da sola, Trump ci ha chiesto di fermarci”
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Redazione Esteri
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GERUSALEMME. Nel corso di una conferenza stampa convocata nella tarda serata di ieri, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha rivendicato pubblicamente la paternità dell’attacco contro il complesso di gas di Assalouyeh, nel sud dell’Iran, chiarendo la natura autonoma dell’operazione e gettando luce sui retroscena diplomatici che hanno seguito il raid. Il leader israeliano, intervenuto di fronte ai giornalisti, ha articolato la sua dichiarazione in due punti cardine, cercando di mettere ordine tra le ricostruzioni contrastanti emerse nelle ultime ore riguardo al coinvolgimento di Washington nell’escalation militare che sta ridisegnando gli equilibri energetici del Medio Oriente.
Il primo elemento chiarito da Netanyahu, che parlava a pochi passi dal suo ufficio, è la matrice dell’azione militare contro le infrastrutture energetiche iraniane: un’operazione condotta in totale autonomia, senza il diretto coinvolgimento degli apparati militari statunitensi. Una precisazione, questa, che arriva a valle di giorni di silenzio ufficiale e di voci insistenti su un presunto coordinamento stretto tra Gerusalemme e il Pentagono. Il secondo aspetto, forse il più rilevante per capire le prossime mosse sul campo, riguarda il contenimento dell’iniziativa israeliana su sollecitazione della Casa Bianca. Lo stesso premier ha confermato di aver ricevuto una precisa richiesta da parte del presidente Donald Trump, che avrebbe chiesto a Israele di sospendere ulteriori attacchi mirati sui giacimenti di gas; una richiesta, ha sottolineato Netanyahu, che al momento viene rispettata.
La tempistica di queste dichiarazioni è tutto fuorché casuale. L’attacco israeliano al sito di South Pars, che rappresenta una fonte vitale per la fornitura di gas all’Iran coprendo circa il 40% del suo fabbisogno interno, ha innescato una reazione a catena i cui effetti si stanno misurando in queste ore su scala regionale. In una rapida e violenta escalation, Teheran ha risposto colpendo infrastrutture energetiche in territorio qatariota, danneggiando in particolare il complesso di Ras Laffan, il più grande impianto al mondo per la liquefazione del gas, oltre a prendere di mira obiettivi in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Le operazioni belliche, iniziate ufficialmente venti giorni fa, hanno così varcato una soglia critica, trasformando il conflitto da scontro diretto tra eserciti a guerra aperta contro le risorse energetiche, con conseguenze immediate sui mercati globali degli idrocarburi e sulla stabilità delle monarchie del Golfo, che ora si trovano a fare i conti con i danni subiti dalle proprie strutture petrolifere.
La frattura diplomatica e le sirene di allarme per l’economia globale
Dietro la retorica dell’autonomia e del coordinamento si cela una complessa dinamica di potere tra i due alleati storici. Mentre Netanyahu rivendicava la libertà d’azione di Israele, dalle dichiarazioni provenienti da Washington emerge un quadro più sfumato, in cui la Casa Bianca cerca di arginare una spirale di violenza che rischia di sfuggire di mano. Lo stesso presidente Trump, incontrando il primo ministro giapponese, aveva anticipato il contenuto del colloquio con Netanyahu: “Gli ho detto di non farlo, e non lo farà”. Una posizione ribadita anche attraverso i canali social, dove il presidente americano aveva inizialmente dichiarato di non essere stato informato dell’operazione contro South Pars, definendo l’azione israeliana come una scelta indipendente.
Nonostante le smentite di Gerusalemme riguardo a un coinvolgimento forzato degli Stati Uniti – Netanyahu ha definito “fake news” le accuse secondo cui Israele avrebbe trascinato Trump in guerra – la tensione tra autonomia strategica e controllo alleato rimane palpabile. I raid iraniani, che nelle ultime ore hanno continuato a colpire obiettivi nel Golfo e si sono estesi fino al Mar Rosso, hanno creato una situazione di fibrillazione tale da spingere i vertici militari di Teheran a formulare minacce esplicite. Il portavoce del comando operativo dell’esercito iraniano, Khatam al-Anbiya, ha infatti avvertito che se le infrastrutture petrolifere ed energetiche della Repubblica islamica verranno ulteriormente attaccate, le rappresaglie colpiranno “tutte le infrastrutture energetiche, informatiche e di desalinizzazione dell’acqua appartenenti agli Usa e al regime” nella regione.
Il punto di non ritorno della sicurezza energetica
Le parole pronunciate dai vertici militari iraniani attraverso l’agenzia Fars rappresentano un salto di qualità nel linguaggio della minaccia. L’annuncio di prendere di mira gli impianti di desalinizzazione – infrastrutture civili cruciali per la sopravvivenza delle popolazioni del Golfo – segnala un’intenzione di allargare il conflitto al di là dei tradizionali obiettivi militari, colpendo ciò che garantisce la vita quotidiana nelle aride penisole arabiche. Da parte sua, Teheran ha già definito la situazione come il raggiungimento del “punto zero” per la sicurezza energetica regionale, un concetto che riflette la percezione iraniana di trovarsi di fronte a un nemico disposto a colpire il cuore della propria economia.
L’attacco a South Pars, condiviso tecnicamente con il Qatar, ha di fatto rotto un tacito accordo che fino a pochi giorni prima aveva tenuto al riparo le principali piattaforme estrattive dagli scontri diretti. La ritorsione su Ras Laffan ha confermato che nessuna infrastruttura energetica nel Golfo Persico può più considerarsi sicura, gettando nello scompiglio le borse mondiali e costringendo le compagnie assicurative a rivedere i premi per i carichi in transito nello Stretto di Hormuz. Emiri e sauditi, tradizionalmente vicini agli Stati Uniti, si trovano ora a dover proteggere impianti vitali che, come dimostrano gli ultimi eventi, sono diventati il nuovo fronte di una guerra che non conosce più confini geografici né restrizioni operative.




