Israele colpisce il cuore energetico dell'Iran, Trump detta le nuove regole: nessun altro attacco a South Pars se Teheran non colpisce il Qatar
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Redazione Esteri
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L’escalation militare in Medio Oriente ha varcato una soglia che fino a poche settimane fa sembrava inimmaginabile, con gli attacchi israeliani che non si limitano più ai soliti obiettivi strategici o ai vertici politico-militari, ma prendono di mira direttamente l’ossatura economica della Repubblica Islamica. Nelle ultime ore, le Forze di difesa israeliane hanno condotto un raid contro il giacimento di South Pars, il più grande bacino di gas naturale al mondo, situato al largo delle coste iraniane nel Golfo Persico e condiviso con il Qatar, scatenando una reazione a catena che ha spinto il presidente degli Stati Uniti a intervenire pubblicamente per ridefinire i confini del conflitto. Fonti iraniane, tra cui l’agenzia Mizan, hanno confermato che una parte degli impianti di Asaluyeh, complesso industriale legato a South Pars, è stata centrata, provocando un incendio di vaste proporzioni in un’infrastruttura che garantisce circa il settanta per cento del fabbisogno energetico domestico di Teheran. Parallelamente, l’esercito israeliano ha diffuso un filmato che mostra attacchi senza precedenti contro navi militari e un centro di comando della Marina iraniana nel Mar Caspio, un teatro operativo mai finora coinvolto, a testimonianza di una dottrina che punta a colpire ovunque sia possibile, senza più rispettare quelle tacite linee rosse che per anni avevano circoscritto lo scontro a una guerra ombra fatta di sabotaggi e assassinii mirati.
La strategia delle eliminazioni e la risposta di Washington
Sul piano della guerra parallela, quella condotta dai servizi e dalle forze speciali, Israele rivendica una serie di successi che hanno decimato quanto restava dell’establishment della sicurezza iraniano dopo l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei. Il ministro della Difesa Israel Katz ha confermato l’eliminazione di Esmail Khatib, ministro dell’Intelligence, avvenuta a poche ore di distanza dalla morte di Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, e di suo figlio, uccisi in un raid aereo su Teheran. A Qom, città santa sciita, migliaia di persone hanno partecipato ai funerali di Larijani, figura considerata una delle più potenti e rispettate nell’architettura istituzionale iraniana, e la folla radunata per rendergli omaggio testimonia il peso specifico di una perdita che priva il regime di un abile tessitore di trame politiche e di sicurezza. Il governo israeliano, come ha dichiarato lo stesso Katz, ha dato mandato alle proprie forze di proseguire in questa caccia senza tregua, colpendo ripetutamente quella che viene definita la “testa del polpo” senza attendere ulteriori autorizzazioni, e questo ritmo serrato delle operazioni, che non accenna a diminuire, sta ridefinendo il concetto stesso di deterrenza.
L’amministrazione Trump, che pure partecipa attivamente alla campagna militare contro Teheran, ha mostrato però di voler tracciare un confine netto per evitare che l’escalation degeneri in modo incontrollabile, danneggiando gli interessi degli alleati del Golfo. Il presidente, in un lungo post sul suo profilo Truth, ha preso le distanze dall’operazione su South Pars, affermando che gli Stati Uniti non erano stati informati dell’attacco e che Israele ha agito in autonomia spinto dalla rabbia per quanto accade in Medio Oriente. Tuttavia, la mossa più significativa è arrivata sotto forma di un ultimatum chiarissimo rivolto a Teheran: se l’Iran dovesse colpire nuovamente il Qatar, e in particolare il suo impianto di GNL di Ras Laffan, gli Stati Uniti risponderanno radendo al suolo l’intero giacimento di South Pars con una potenza mai vista, con o senza l’aiuto israeliano. Una minaccia che di fatto congela, almeno per il momento, l’opzione di nuovi raid israeliani su quel sito, ma che apre uno scenario inquietante in cui Washington si arroga il diritto di distruggere l’economia iraniana se Teheran osasse vendicarsi sugli interessi qatarioti.
La guerra navale e l’estensione del conflitto
Le acque del Mar Caspio, fino a ieri considerate un rifugio sicuro per le unità navali iraniane, sono diventate il teatro di un’operazione senza precedenti condotta da Israele, che ha colpito infrastrutture portuali, navi lanciamissili e imbarcazioni di supporto della Marina regolare. Si tratta di un allargamento del fronte geografico della guerra che conferma come le Forze di difesa israeliane possano agire in totale autonomia e con capacità di intelligence tali da raggiungere obiettivi in qualsiasi punto del territorio iraniano, inclusi quelli nel nord del paese, lontani dai tradizionali teatri del Golfo Persico e del Golfo di Oman dove si erano concentrate le azioni statunitensi. L’operazione, giustificata da Tel Aviv sulla base di informazioni di intelligence navale e militare, mira a degradare la capacità di Teheran di proiettare forza e a dimostrare che nessuna parte delle sue coste è al riparo, in un momento in cui la tensione con la Russia, che pure si affaccia sullo stesso mare, potrebbe complicare ulteriormente gli equilibri.
Mentre Israele stringe la morsa e gli Stati Uniti cercano di gestire le conseguenze diplomatiche ed economiche del conflitto, la risposta iraniana si è manifestata su più livelli, dall’esecuzione di un cittadino svedese accusato di spionaggio alla minaccia di colpire le raffinerie dei paesi vicini che ospitano basi americane. Teheran si trova ora a dover fronteggiare una crisi esistenziale in cui la sopravvivenza del regime, già scosso dalla decapitazione dei suoi vertici, passa anche per la capacità di proteggere le sue fonti di reddito energetiche, colpite nel cuore produttivo di South Pars, e di mantenere coesa una leadership sottoposta a uno stillicidio di attacchi che non risparmia nessuno, neppure i membri della cerchia più ristretta del potere. Il Medio Oriente, in questo scenario, assiste a una riconfigurazione forzata degli equilibri, con Israele che detta i tempi e l’amministrazione Trump che cerca di indirizzare la violenza verso esiti che non compromettano gli interessi energetici globali e la stabilità dei monarchi del Golfo.




