Teheran minaccia gli Usa: “Pronti a chiudere completamente lo Stretto di Hormuz se le centrali elettriche saranno attaccate”
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Redazione Esteri
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La tensione nel Golfo Persico ha raggiunto una soglia di guardia mai vista nelle settimane precedenti, con le parti che sembrano aver abbandonato qualsiasi margine di trattativa per lasciare spazio a una sequenza serrata di ultimatum e contromisure militari. Il portavoce del quartier generale centrale di Khatam al-Anbiya, il tenente colonnello Ebrahim Zolfaghari, ha formalizzato la risposta iraniana dopo il messaggio pubblicato su Truth Social da Donald Trump. Se gli Stati Uniti daranno seguito alle minacce di colpire gli impianti elettrici della Repubblica Islamica, ha spiegato il militare, lo Stretto di Hormuz verrà “completamente chiuso”. Non solo: Zolfaghari ha aggiunto che la riapertura del passaggio non avverrà fino al completamento dei lavori di ripristino delle infrastrutture danneggiate, una condizione che di fatto rende la contromisura una leva potenzialmente capace di paralizzare il mercato energetico globale per un periodo indefinito.
A scatenare l’escalation è stato il presidente americano, il quale ha lanciato un diktat preciso: 48 ore di tempo per garantire un passaggio “pieno e senza minacce” delle navi attraverso l’arteria marittima. In caso contrario, Trump ha promesso di “annientare” le centrali iraniane, partendo dalla più grande. L’avvertimento, pubblicato in un momento di altissima volatilità geopolitica, arriva dopo una settimana segnata da attacchi incrociati contro le infrastrutture energetiche, tra cui il raid israeliano sul giacimento di South Pars e la successiva risposta di Teheran contro gli impianti del Qatar, avvenimenti che, come osservano gli analisti, hanno trasformato le risorse energetiche nel nuovo campo di battaglia del conflitto.
Dal canto suo, il comando militare iraniano ha specificato che la chiusura non sarà indiscriminata, ma finalizzata a colpire ciò che definisce “il nemico”. Il tenente colonnello Zolfaghari ha delineato un piano di ritorsione articolato, che comprende il mirino puntato non solo sulle centrali israeliane ma anche sugli impianti di quei Paesi della regione che ospitano basi americane, inclusi quelli con azionariato statunitense. “Tutto è pronto per la grande lotta finalizzata alla completa distruzione di tutti gli interessi economici americani nella regione dell’Asia occidentale”, ha dichiarato il portavoce, utilizzando una retorica che lascia intendere una strategia offensiva a tutto campo.
Sul piano operativo, la risposta iraniana è stata accompagnata da un cambio di dottrina dichiarato apertamente: le forze armate hanno annunciato di aver superato la logica prettamente difensiva, spostando l’attenzione su obiettivi extraregionali e su infrastrutture tecnologiche e politiche nemiche. In questo contesto, lo speaker del parlamento Mohammad-Bagher Ghalibaf ha rincarato la dose, sostenendo che qualsiasi attacco alle centrali iraniane comporterebbe la “distruzione irreversibile” delle infrastrutture vitali nel Golfo, con conseguenze destinate a far salire i prezzi del petrolio “per molto tempo”.
Una crisi che si allarga dal Golfo al Mediterraneo
Mentre i riflettori sono puntati sullo Stretto di Hormuz, il conflitto ha mostrato una capacità di propagazione ormai sistemica. Le ultime 24 ore hanno registrato un’intensificazione degli scambi a fuoco su più fronti, con l’Iran che ha colpito obiettivi nel sud di Israele, in particolare le città di Dimona e Arad. I razzi, che secondo le autorità israeliane hanno eluso i sistemi di difesa aerea, hanno causato decine di feriti e ingenti danni agli edifici residenziali, con i soccorritori che hanno riferito di scene di forte impatto e di bambini rimasti feriti dalla caduta di detriti. Il primo ministro Benjamin Netanyahu, recatosi sul luogo degli attacchi, ha invitato la popolazione a non essere “compiaciuta” e a rifugiarsi immediatamente nei ripari al suono delle sirene.
La risposta israeliana non si è fatta attendere, con nuove ondate di raid aerei su Teheran e sulle infrastrutture militari nel nord-ovest del Paese, segnando una nuova fase in cui le capitali stesse sono diventate obiettivi ricorrenti. In parallelo, il conflitto si è esteso al Libano, dove l’esercito israeliano ha condotto attacchi contro infrastrutture di Hezbollah, colpendo ponti e postazioni nel sud del Paese. Il presidente libanese Joseph Aoun ha denunciato le azioni come un “preludio a un’invasione di terra”, mentre il bilancio delle vittime tra i combattenti e i civili continua a salire. Anche i Paesi del Golfo, nonostante i tentativi di mantenersi ai margini, sono stati coinvolti attivamente: l’Arabia Saudita ha dichiarato di aver intercettato missili e droni diretti verso Riyadh e le province orientali, rispondendo con l’espulsione di diplomatici iraniani.
L’impatto economico e il nodo delle infrastrutture
Il mirino puntato sugli impianti energetici ha trasformato il conflitto in una crisi economica globale con effetti immediati. Secondo le stime, il transito attraverso lo Stretto di Hormuz, normalmente cruciale per il 20% del petrolio mondiale, si è ridotto a un flusso quasi nullo, con le compagnie di navigazione che evitano la zona per ragioni di sicurezza. Questo ha provocato un’impennata del prezzo del Brent, che ha superato la soglia dei 100 dollari al barile, alimentando i timori di una nuova ondata inflazionistica. L’Iran ha adottato una politica selettiva, consentendo il passaggio solo a navi di paesi ritenuti “amici”, come Cina e alcune nazioni asiatiche, mentre per i vettori legati agli Stati Uniti e ai suoi alleati il passaggio rimane interdetto.
La vulnerabilità delle infrastrutture è emersa con chiarezza anche negli attacchi precedenti. L’attacco israeliano al giacimento di South Pars, condiviso con il Qatar, e la successiva rappresaglia iraniana contro il complesso industriale di Ras Laffan hanno causato danni che richiederanno anni per essere riparati, come hanno confermato le autorità qatariote. In questo scenario, il portavoce di Khatam al-Anbiya ha ribadito che le centrali elettriche e gli impianti di desalinizzazione presenti nella regione sono diventati obiettivi legittimi, spostando il conflitto su un piano in cui non sono solo i campi di battaglia tradizionali a essere in pericolo, ma l’intera catena di sopravvivenza civile e industriale.
L’ultimatum e la posta in gioco strategica
La scadenza delle 48 ore fissata da Trump rappresenta un punto di non ritorno in un conflitto già caratterizzato da quattro settimane di violenze ininterrotte. La retorica utilizzata da entrambe le parti, con Washington che parla di “annientamento” e Teheran che promette la distruzione “irreversibile” degli interessi americani nella regione, lascia poco spazio a interpretazioni ottimistiche. Per l’Iran, la chiusura totale dello Stretto rappresenta la carta più alta da giocare, una leva in grado di infliggere un danno immediato all’economia mondiale, mentre per gli Stati Uniti, l’alternativa alla distruzione delle centrali appare subordinata a una resa incondizionata delle autorità di Teheran sul controllo delle acque territoriali.
Sul campo, le capacità militari reciproche sono state messe alla prova. Se da un lato gli Stati Uniti e Israele hanno rivendicato la distruzione di parte della flotta navale iraniana e di capacità missilistiche, dall’altro gli attacchi missilistici di Teheran hanno dimostrato di poter penetrare le difese aeree israeliane, colpendo aree sensibili come quelle vicine al complesso nucleare di Dimona. Il leader del Parlamento iraniano ha sottolineato questa vulnerabilità come un segnale di un “cambiamento di fase” del conflitto, evidenziando come la percezione di invulnerabilità di Israele sia stata incrinata.




