Prato, l’oro scomparso durante la perquisizione: otto poliziotti indagati per il lingotto da 65mila euro
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Redazione Interno
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Il caso dell’“armiere dei cinesi”, l’uomo di 32 anni che aveva trasformato il suo appartamento di via Curtatone 65 in un vero e proprio laboratorio clandestino per la fabbricazione di armi, si arricchisce di un capitolo che profuma di giallo e getta un’ombra lunga sul modus operandi delle forze dell’ordine. Se il ritrovamento delle pistole e degli ordigni aveva già scosso la comunità pratese, a distanza di settimane dall’arresto emergono dettagli inquietanti relativi a quanto sarebbe accaduto durante quelle stesse operazioni di polizia giudiziaria. A scatenare il nuovo filone investigativo, che ha portato alla luce un’ipotesi di reato tutt’altro che marginale, è stata la denuncia di una giovane donna: la moglie ventitreenne dell’uomo finito in manette, la quale ha avuto il coraggio di varcare la soglia della caserma dei carabinieri per raccontare la sua verità.
Il racconto della moglie e la dote scomparsa
Secondo quanto ricostruito dalla giovane, e riportato dalle principali agenzie locali, la perquisizione nella casa di via Curtatone avrebbe prodotto un ammanco considerevole. La donna ha dichiarato che all’interno dell’armadio era custodito un lingotto d’oro puro dal peso di 500 grammi, il cui valore è stato stimato intorno ai 65mila euro. Non solo oro, però: dalla lista della spesa degli oggetti spariti risultano anche una telecamera Go Pro e ben 70 blister di Viagra, questi ultimi riconducibili a un ospite della casa. La giovane, che ha fornito dettagli specifici per provare la proprietà del metallo prezioso, ha spiegato che sul lingotto è presente un’incisione in caratteri cinesi, trattandosi di un elemento facente parte della sua dote matrimoniale. Una dichiarazione, quest’ultima, che non solo certifica il valore affettivo ed economico del bene, ma lo lega indissolubilmente a riti e tradizioni familiari della cultura orientale.
I testimoni e la frase agghiacciante: “Quello se lo prendono”
La Procura, messasi subito al lavoro sugli atti della denuncia, ha raccolto elementi che vanno al di là del semplice sospetto della donna. Ci sarebbero testimoni oculari, infatti, pronti a giurare di aver visto il lingotto finire sulla scrivania di un ispettore della polizia. Una circostanza, se confermata, che trasformerebbe la distrazione in appropriazione indebita. Ancora più drammatico è il tenore delle conversazioni captate o riferite agli inquirenti. La moglie dell’arrestato ha riferito una frase che il marito le avrebbe sussurrato durante il breve tragitto che lo separava dalla cella del carcere, mentre si salutavano: “Quello se lo prendono, non ce lo rendono più”. Un presagio che oggi, alla luce della denuncia per la refurtiva, assume i contorni di una profezia. Otto agenti, tra cui un ispettore e sette poliziotti della questura di Prato, sono finiti ufficialmente nel registro degli indagati. Una decisione, quella della magistratura, che formalizza la gravità dell’accusa: la sparizione di beni durante un intervento coatto dello Stato.
La posizione della donna e il doppio fronte investigativo
La vicenda, per certi versi paradossale, si complica ulteriormente se si analizza la posizione della stessa denunciante. La ventitreenne, infatti, non è certo una vittima passiva e incensurabile. Dopo l’arresto del marito, è stata a sua volta raggiunta da un mandato di perquisizione eseguito dai carabinieri in un’altra abitazione a Galciana, periferia Ovest di Prato, dove si era rifugiata. In quell’occasione, i militari dell’Arma le hanno trovato due ordigni artigianali, perfettamente funzionanti e riempiti con tondini di piombo per aumentarne la capacità lesiva, oltre ad altre munizioni. Per questo possesso, la donna è stata arrestata. La sua denuncia per il lingotto, quindi, arriva in un momento in cui la sua credibilità di fronte alla legge è già compromessa da accuse di detenzione di esplosivo, ma il fatto che la Procura abbia deciso comunque di aprire un fascicolo contro gli otto poliziotti dimostra come la testimonianza sia stata ritenuta circostanziata e suffragata da riscontri materiali, come la testimonianza sul posizionamento del lingotto sulla scrivania.
L’ombra dell’oro sulla guerra tra clan
Se da un lato si indaga sul comportamento delle divise, dall’altro il contesto in cui matura questa vicenda è quello della cosiddetta “guerra delle grucce”, la faida che insanguina la malavita cinese a Prato per il controllo del tessile e dei servizi connessi. L’uomo arrestato, definito “armiere”, rappresentava un anello cruciale nella catena logistica dei clan, essendo in grado di fornire pistole clandestine e ordigni a chi fosse disposto a pagare. In questo scenario, il lingotto d’oro non è solo un pezzo da collezione o un salvadanaio, ma rappresenta spesso l’unità di misura del denaro contante “pulito” o “sporco” nel sottobosco criminale orientale, fungendo da riserva di valore liquida per eccellenza. Che un ispettore e i suoi sette uomini siano finiti sotto la lente d’ingrandimento per la scomparsa di 500 grammi di metallo giallo rappresenta una svolta inedita, laddove la polizia giudicante si trova ora a processare moralmente e giudiziariamente chi era preposto a custodire la scena del crimine.




