Francesca Lollobrigida, dieci centesimi che valgono una leggenda: l’azzurra fa il bis nei 5mila metri
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Redazione Sport
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Il cronometro del Milano Speed Skating Stadium, impianto sorto nell’area della fiera di Rho e destinato a restare nella memoria collettiva per ciò che vi è accaduto nella settimana appena trascorsa, si è fermato due volte sullo stesso nome e il ghiaccio, che pure non conserva impronte, porta ormai scolpita la traiettoria netta di Francesca Lollobrigida. Accadeva quattro giorni fa per i tremila metri, quando la trentacinquenne di Frascati - lo stesso paese dei Castelli Romani che diede i natali alla prozia Gina, diva del cinema scomparsa ormai da tre anni - aveva regalato all’Italia la prima medaglia d’oro di queste Olimpiadi di Milano Cortina 2026 nel giorno del suo compleanno, e accadeva di nuovo ieri pomeriggio sulla distanza doppia, quella dei cinquemila metri. Se l’oro del sabato aveva il sapore della liberazione, il bis del giovedì ha invece il peso specifico della consacrazione definitiva: l’azzurra ha fermato le lancette sul tempo di 6 minuti, 46 secondi e 17 centesimi, dieci centesimi meno dell’olandese Merel Conijn, diciassette meno della norvegese Ragne Wiklund, e quei numeri, così risicati da apparire quasi inafferrabili a chi li osservava dal tabellone, raccontano in realtà una storia fatta di gambe che bruciano, di polmoni che chiedono tregua e di una testa che, invece, ordina di accelerare ancora -1-6-8.
La gara era stata costruita, tatticamente, come una sfida contro se stessa più che contro le avversarie: partita nell’ultima delle sei coppie in programma, la pattinatrice laziale sapeva esattamente il tempo da battere, quel 6.46.27 segnato dalla Conijn pochi minuti prima, e sapeva anche - lo avrebbe ammesso a gara conclusa, con il fiatone ancora evidente e gli occhi lucidi - che la fatica sarebbe arrivata puntuale intorno ai 3800 metri, quando le braccia iniziano a perdere sincronia e il busto tende a inclinarsi in avanti più del dovuto. È in quei frangenti, quando il chiede di rallentare e la ragione suggerisce di gestire, che le campionesse si distinguono dalle atlete semplicemente forti, e Francesca Lollobrigida ha risposto con gli ultimi due giri corsi al duecento per cento delle proprie possibilità, una cifra iperbolica che pure fotografa con esattezza la differenza tra chi partecipa e chi vince. Il pubblico, quello vero, quello che riempiva gli spalti sventolando bandiere tricolori e scandendo il suo nome a ogni curva, l’ha trascinata oltre la soglia del dolore trasformando l’ovale in una camera iperbarica di entusiasmo.
La promessa mantenuta alla famiglia e quella videochiamata al nido
Non era scontato, però, che la Lollobrigida riuscisse a replicare l’exploit di sabato: il carico emotivo del primo oro, conquistato davanti al figlio Tommaso portato in braccio nella zona mista tra le polemiche di chi aveva giudicato quella presenza inappropriata, poteva lasciare strascichi, e invece la scelta - ragionata a lungo con la madre e con il marito Matteo - è stata quella di lasciare il bambino a casa, nel Lazio, per non fargli saltare la festa di Carnevale al nido. Vestito da pompiere, ignaro che sua madre stesse riscrivendo in quello stesso minuto la storia dello sport italiano, Tommaso ha ricevuto una videochiamata direttamente dalla pista di Rho Fiera: Francesca ancora con i pattini ai piedi, il volto arrossato dallo sforzo e il telefono stretto in mano, a chiedere scherzosamente al figlio se avesse visto quanto aveva fatto, e lui, come accade ai bambini di due anni e mezzo, probabilmente più interessato ai coriandoli che ai cronometri. È una dimensione, quella della maternità agonistica, che la Lollobrigida ha sempre rifiutato di considerare un limite o una debolezza: alla madre, nei giorni precedenti la gara, aveva strappato una promessa, quella di divertirsi e di non caricarsi della pressione che inevitabilmente deriva dall’essere improvvisamente diventati il volto più atteso di queste Olimpiadi, e quella promessa l’ha tenuta salda anche quando l’olandese Conijn, ventiquattrenne alla prima esperienza a cinque cerchi, sembrava poterla insidiare.
L’abbraccio con Sablikova e il filo rosso con Brignone
Prima della cerimonia di premiazione, mentre il Milano Speed Skating Stadium si preparava a far risuonare l’inno di Mameli per la seconda volta in quattro giorni a lei dedicata, Francesca Lollobrigida ha cercato con lo sguardo una rivista, anzi qualcosa di più di una rivale: Martina Sablikova, la ceca che di medaglie olimpiche ne ha vinte sette, tre delle quali d’oro, e che su questa stessa distanza dei cinquemila aveva dominato per due edizioni consecutive. La Sablikova, reduce da un virus influenzale che l’aveva costretta a letto quattro giorni e a saltare i tremila, si è piazzata undicesima, ma l’abbraccio tra le due - lungo, intenso, quasi materno - è valso più di qualsiasi classifica. C’era, in quel gesto, il passaggio di testimone tra generazioni del pattinaggio mondiale, la riconoscenza di chi ha imparato guardando i video delle avversarie e adesso, finalmente, siede allo stesso tavolo delle leggende. E c’era, parallelamente, un altro filo invisibile che lega l’impresa del ghiaccio a quella avvenuta quarantotto ore prima sulle nevi della Claudia Koller, dove Federica Brignone aveva conquistato l’oro nel supergigante: «Mi ha gasato, mi ha fatto capire che anche quando qualcuno dice che è impossibile, noi donne possiamo renderlo possibile», ha spiegato la Lollobrigida, e non era una semplice dichiarazione di circostanza ma la certificazione di come queste Olimpiadi italiane - le prime in casa dopo settant’anni - stiano viaggiando su un binario fatto di consapevolezza e non più di speranze.
Quattro giri ancora e poi chissà
A rendere ancor più straordinaria la doppietta della pattinatrice di Frascati è la consapevolezza, che lei stessa non nasconde, che il programma olimpico non sia ancora terminato: la attendono i millecinquecento metri e soprattutto la mass start, disciplina nella quale quattro anni fa a Pechino conquistò un bronzo e che per struttura - partenza in linea, venti giri, punteggi intermedi e arrivi di gruppo - rappresenta l’esatto opposto della solitudine del cronometro. Lì non ci saranno olandesi da tenere a distanza con il fiato sul collo né tabelloni luminosi a scandire i passaggi intermedi, lì sarà bagarre, contatto, strategie di squadra e, inevitabilmente, una componente di aleatorietà che trasforma ogni gara in un copione da scrivere in diretta. La Lollobrigida lo sa, lo dice senza enfasi, e nel frattempo si gode il privilegio di essere, con questi due ori individuali nella stessa rassegna, la prima italiana a riuscirci dai tempi di Manuela Di Centa, che a Lillehammer nel 1994 vinse due titoli nello sci di fondo, altra fatica solitaria, altro inno suonato due volte per la stessa atleta.




