Il bis della Lollobrigida nei cinquemila e quella strategia costruita per tenere dietro l’olandese

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il cronometro, quando Francesca Lollobrigida ha tagliato il traguardo del Milano Speed Skating Stadium, si è fermato su un irreale sei minuti, quarantasei secondi e diciassette centesimi, e il boato del pubblico – quella stessa spinta che la pattinatrice aveva esplicitamente chiesto ai suoi allenatori di mettere nel piano gara – ha sommerso ogni residuo dubbio sulla tenuta di un’atleta che soltanto pochi mesi fa, come lei stessa ha raccontato, aveva pensato di appendere i pattini al chiodo -1-4-7. La laziale, trentacinquenne compiuti da appena cinque giorni, ha così confezionato il secondo oro personale in questa edizione dei Giochi dopo il trionfo nei tremila metri – quello impreziosito dal record olimpico – e nel farlo ha riscritto la gerarchia del pattinaggio di velocità azzurro, diventando l’italiana più medagliata di sempre nella pista lunga con il suo quarto podio olimpico complessivo -2-10.

A differenza di quanto avvenuto nella distanza più corta, dove la vittoria era arrivata con una supremazia meno contrastata, qui la pressione esercitata dall’olandese Marijn Conijn – la quale aveva chiuso la propria prova con un eccellente sei minuti, quarantasei secondi e ventisette centesimi – ha costretto Lollobrigida a una gestione millimetrica delle energie e a una lettura tattica che la stessa atleta ha definito, al termine della gara, come la parte più intelligente della sua prestazione -1-7. Partita con un’aggressività quasi temeraria nei primi giri, l’azzurra ha accumulato un margine che le ha permesso di amministrare la fase centrale – quella in cui la fatica cominciava a farsi sentire sui muscoli delle gambe e la respirazione diventava via via più affannosa – per poi innestare una progressione negli ultimi tre giri che ha scorticato via i decimi di secondo rimasti.

L’ombra del ritiro, la maternità e quella telefonata al piccolo Tommaso

Non era affatto scontato, questo bis, e chi frequenta il circuito della Coppa del Mondo sa quanto la stagione che ha preceduto l’appuntamento olimpico sia stata costellata per Lollobrigida più da crepe che da certezze; la stessa atleta ha ammesso di aver pianto molto e di aver valutato, nell’arco dell’ultimo inverno, la possibilità di ritirarsi dall’attività agonistica, salvo poi essere trattenuta dal marito, dalla famiglia e dalla federazione che hanno intuito come quel dolore potesse ancora trasformarsi in qualcos’altro -4. La nascita del figlio Tommaso, avvenuta nel 2023, lungi dal rappresentare un ostacolo nella preparazione fisica, è invece diventata la lente attraverso cui Francesca ha riconsiderato il rapporto con la fatica e con le aspettative: non era più la promessa mantenuta a un allenatore o a un dirigente sportivo, bensí la promessa fatta a sé stessa – quella di tornare a divertirsi, di non sentire il peso schiacciante del pronostico – a essere stata onorata ieri sera nella chiamata al piccolo, il quale era intento a festeggiare il Carnevale vestito da pompiere lontano dagli spalti -2-7.

L’inserimento del suo nome nell’albo d’oro accanto a Yvonne van Gennip, Gunda Niemann, Claudia Pechstein, Martina Sablikova e Irene Schouten – le sole, prima di lei, capaci di realizzare la doppietta tremila-cinquemila nella stessa edizione dei Giochi – colloca la sua impresa in una dimensione che travalica i confini del movimento italiano per abbracciare la storia globale della specialità -6; eppure, nonostante la rilevanza statistica del risultato, la pattinatrice di Frascati ha continuato a rimandare ogni celebrazione definitiva alla prossima gara, quella della mass start, disciplina nella quale pure vanta tre Coppe del Mondo in carriera ma che ha definito, con un'espressione volutamente dimessa, un terno al lotto -3-7.

Quel respiro delle Frecce Tricolori e i centesimi che valgono una vita

Il tracciato dei cinquemila metri, nel pattinaggio di velocità, è un esercizio di solitudine e di calcolo: l’atleta non ha un avversario fisico affiancato – corre su corsie separate – eppure deve interiorizzare un tempo di riferimento, quello dell’olandese Conijn, che fluttua sul tabellone come un’ombra da esorcizzare metro dopo metro -10. La Lollobrigida, scivolata nell’ultima batteria e quindi consapevole del crono da battere, ha aspettato il momento in cui la fatica diventava quasi intollerabile – tra il terzultimo e il penultimo giro – per estrarre quel duecento per cento di cui ha parlato in zona mista, e l’accelerazione finale, quella che le ha consegnato un margine di appena dieci centesimi sull’olandese e diciassette sulla norvegese Ragne Wiklund, ha assunto la consistenza di un’opera di cesello piuttosto che di una poderosa demolizione -1-10.

L’azzurra, nel corso delle interviste successive alla premiazione, ha voluto esplicitamente associare la propria impresa a quella compiuta poche ore prima da Federica Brignone sul supergigante di Cortina, quasi che i due ori – giunti entrambi in un giovedì che il medagliere registra come il più prolifico per la spedizione azzurra – fossero legati da un filo invisibile di determinazione e di riscatto -2-6. Da Brignone, ha raccontato Francesca, è arrivata la carica necessaria a non cedere alla rassegnazione quando le gambe cominciavano a pesare come zavorre, e l’una ha citato l’altra non per stabilire graduatorie di merito o per spartirsi un primato nell’immaginario collettivo, ma per certificare come la tenacia femminile nello sport italiano stia attraversando una stagione talmente feconda da apparire quasi inverosimile -8.

L’abbraccio con la Sablikova e la costruzione di un lascito

Prima che la cerimonia di premiazione avesse inizio, con l’inno di Mameli destinato a riecheggiare sotto la volta del palazzetto milanese, la Lollobrigida è stata avvicinata dalla ceca Martina Sablikova – sette medaglie olimpiche, tre delle quali d’oro, e un palmarès mondiale che la colloca tra le più grandi interpreti di sempre della distanza – e le due atlete si sono strette in un abbraccio lungo, silenzioso, che nessuna dichiarazione ufficiale avrebbe potuto tradurre in parole piú efficaci -10. Quel gesto, la cui spontaneità ha colpito i cronisti presenti, conteneva in sé il passaggio di testimone tra generazioni diverse eppure accomunate dall’aver saputo dominare la pista lunga con intelligenza tattica e con quella particolare forma di coraggio che non si esaurisce in una singola volata.

Per l’Italia, che con questo sesto oro consolida la propria posizione nel medagliere generale, la doppietta della Lollobrigida assume i contorni di un lascito destinato a pesare ben oltre il ciclo olimpico; la pattinatrice, che vive divisa tra Roma e Baselga di Piné e che ancora detiene sedici titoli mondiali conquistati nel pattinaggio a rotelle – la disciplina dalla quale proveniva prima di approdare al ghiaccio – ha dimostrato che la transizione da uno sport all’altro può produrre atlete ibride, complete, capaci di eccellere in contesti tecnici anche molto differenti -3-4. Il tempo di sei minuti, quarantasei secondi e diciassette centesimi è adesso scolpito nel cronometro olimpico, e lo stadio del ghiaccio ha spento le luci sulla fatica di una donna che, meno di un anno fa, non era affatto certa di meritare ancora un posto tra le grandi.

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