Leonardo, l’addio di Cingolani vale 4,5 milioni: l’accordo con il Tesoro e il missile sulla buonuscita
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Redazione Economia
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Sono cifre che farebbero tremare qualsiasi polso, eppure nel risiko dei manager pubblici rappresentano quasi una prassi. Roberto Cingolani, l’ormai ex amministratore delegato di Leonardo, lascia ufficialmente il colosso della difesa dopo la mancata conferma da parte del governo, ma non certo a mani vuote. L’accordo di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, siglato con la società e comunicato al mercato, gli garantirà entro il prossimo luglio un assegno lordo da 4.483.250 euro. Una somma che corrisponde – particolare tutt’altro che secondario – a ventiquattro mensilità, cioè due anni interi, tra retribuzione fissa e variabile di breve termine. Un’uscita di scena, la sua, che nelle pieghe di un comunicato asettico nasconde un ultimo, potentissimo missile lanciato dritto verso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, azionista di riferimento del gruppo.
L’addio amareggiato senza una motivazione esplicita
Non c’è stata una vera e propria rottura, almeno a parole, ma i fatti parlano da soli. Cingolani, che a suo tempo era stato chiamato a guidare la transizione tecnologica e industriale di Leonardo, non è stato confermato dall’esecutivo; al suo posto il governo ha puntato su un altro profilo, Lorenzo Mariani. Nessuna comunicazione ufficiale ha mai dettagliato le ragioni di questa sostituzione – una rimozione soft, quasi silenziosa – e proprio l’assenza di una motivazione esplicita ha reso più complessa la fase negoziale. Da qui l’accordo consensuale, che evita contenziosi ma costa caro alle casse pubbliche. L’ex ad, che secondo chi lo ha incontrato in questi giorni lascia l’incarico con un certo rammarico, ha comunque ottenuto quello che probabilmente cercava: una via d’uscita decorosa, economicamente parlando, senza dover passare dal giudice del lavoro.
Jp Morgan e il taglio del target price: lo sconto del 10% per Mariani
Se l’uscita di Cingolani è stata una piccola epopea interna, il mercato intanto guarda avanti. L’8 maggio, tre giorni dopo la firma del nuovo corso, JP Morgan ha tenuto un roadshow con il direttore finanziario di Leonardo, Giuseppe Aurilio. L’incontro, descritto da fonti vicine alla banca d’affari come «rassicurante», non ha però impedito agli analisti di rivedere al ribasso il target price sul titolo. Il motivo? L’arrivo di Mariani al vertice comporta un aggiustamento valutativo: gli esperti di JP Morgan hanno applicato uno sconto del 10% al multiplo di valutazione, un classico cuscinetto di prudenza quando cambia la guida. Un segnale, questo, che il passaggio di consegne non è neutro per gli investitori, i quali osservano con attenzione la continuità strategica del gruppo.
Trimestrale da record e guidance 2026: i numeri che non mentono
Eppure i conti di Leonardo, va detto, restano solidi. La trimestrale pubblicata il 6 maggio – alla vigilia, guarda caso, del consiglio che ha formalizzato l’addio a Cingolani – ha mostrato un ebita di 281 milioni di euro, in crescita del 33% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un dato superiore del 10% alle stime del consenso. La società ha inoltre confermato la guidance al 2026, integrando per la prima volta il contributo di Iveco Defence Vehicles, consolidato per nove mesi. I nuovi target aggiornati battono le attese su tutta la linea: ordini previsti a 26,2 miliardi (+10% rispetto al consenso fermo a 25 miliardi), ricavi a 22,1 miliardi (consenso a 21,65), ebita a 2,15 miliardi (2,12 il consenso) e free cash flow a 1,33 miliardi, quando gli analisti si aspettavano 1,12. Cifre che raccontano di un’azienda in ottima salute, nonostante i tumulti al vertice.




