La marineria sarda, tra filiera ittica e frodi: il mare come risorsa e il suo controllo
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La Sardegna, seppure isola, non sempre sviluppa un ragionamento coerente con la sua natura quando si parla di pesca e di gestione del mare, poiché spesso il dibattito sulla filiera ittica origina da numeri, norme o strategie astratte, tralasciando il punto di partenza essenziale: il mare stesso e coloro che lo abitano e lavorano. La storia economica e sociale del territorio è, in realtà, indissolubilmente legata alla marineria, che va intesa non soltanto come mera attività produttiva ma come un complesso sistema di saperi tramandati, di pratiche quotidiane, di relazioni sociali e di adattamento continuo a un ambiente, quello marino, che è al tempo stesso risorsa e sfida. Questo patrimonio, però, si scontra con realtà che ne minano la sostenibilità, come dimostrano gli episodi di pesca illegale che richiedono un'azione di vigilanza costante e severa.
Controlli e illegalità: il sequestro del novellame a Strongoli Marina
Proprio in tale contesto si inserisce l’intervento della Sezione Operativa Navale della Guardia di Finanza di Crotone, che, nel quadro delle attività di Polizia Ittica e Marittima coordinate dal Reparto di Vibo Valentia, ha operato un sequestro di circa ventidue chili di novellame nelle acque di Strongoli Marina. L’azione, parte di un più ampio dispositivo di vigilanza costante sul territorio, punta a contrastare la pesca di frodo, la quale, depredando il mare di giovanili, compromette irrimediabilmente il ciclo riproduttivo delle specie e, di conseguenza, il futuro dell’intera filiera. Questi episodi, sebbene circoscritti, evidenziano una criticità diffusa che richiede non solo repressione ma una riflessione più ampia sulla tutela della risorsa comune.
Le bollicine a confronto: il sorpasso del Prosecco sullo Champagne
Parallelamente, in un settore agroalimentare di altissimo valore come quello delle bollicine, si sta consumando un ribaltamento degli equilibri globali, che separa il tradizionale lusso d’élite da un nuovo lifestyle più accessibile. I dati recenti, che attestano le spedizioni di Champagne per il 2025 a 266 milioni di bottiglie, confermano un trend di decrescita in volumi, considerando che nel 2022 se ne erano contate 326 milioni. Gianni Moriani, storico della cucina, parla a questo proposito di una “crisi dorata” per un comparto che vale comunque miliardi, ma che appare in difficoltà strutturale. Di contro, il sistema del Prosecco, celebrato come una locomotiva da quasi 800 milioni di bottiglie, dimostra una reattività e una capacità di evoluzione che lo hanno portato a un sorpasso storico, segnando il passaggio tra due visioni opposte del mercato.
Il paradosso del lusso e la resilienza dei modelli
Il confronto tra i due mondi delle bollicine mette in luce un paradosso evidente: mentre uno si arrocca su un modello consolidato ma che fatica a dialogare con il presente, l’altro ha saputo intercettare le dinamiche di consumo globali, costruendo un successo di volume senza necessariamente abdicare al valore. Questo scenario, che vede da un lato la contrazione dei numeri per lo Champagne e dall’altro l’espansione travolgente del Prosecco, non è una semplice questione statistica ma rappresenta uno scontro tra filosofie produttive e commerciali distinte. La resilienza di un sistema, in agricoltura come nella pesca, sembra dunque dipendere dalla capacità di adattamento e dalla connessione con le esigenze attuali, senza perdere di vista la sostenibilità di fondo, che è presupposto indispensabile per qualsiasi filiera che voglia avere un futuro.




