Caos alla Casa Bianca, Hegseth silura il segretario alla Marina Phelan nel pieno della crisi con l’Iran
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Redazione Esteri
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Nella seconda amministrazione Trump, ormai insediata da oltre un anno, la competenza – se mai fosse stata davvero una priorità – si è rivelata un optional di lusso, e l’ultimo, fulmineo epilogo di questa filosofia destabilizzante porta la firma del segretario alla Difesa Pete Hegseth. Costui, infatti, ha licenziato in tronco il segretario alla Marina John Phelan, e lo ha fatto nel bel mezzo di una tensione navale senza precedenti, con due portaerei americane schierate nel Golfo e l’Iran che gioca la sua partita pericolosa attorno allo Stretto. La notizia, però, assume contorni grotteschi se si considera la modalità del licenziamento: Phelan – che pure vantava un rapporto diretto e privilegiato con Donald Trump, incontrandolo spesso a Mar-a-Lago – ha scoperto di essere stato silurato leggendo un post su X, pubblicato dal portavoce del Pentagono Sean Parnell. «Con effetto immediato», ha scritto Parnell, una formula che a Washington fa tremare i polsi.
Un attrito vecchio di mesi, scavalcamenti e una guerra aperta tra i vertici
Le fonti stampa americane ricostruiscono un clima ormai insostenibile da tempo: alla base degli attriti non ci sarebbero stati solo divergenze strategiche sulla modernizzazione della flotta, quanto piuttosto quella che a Hegseth appariva come una continua torsione delle catene di comando. Phelan, infatti, avrebbe più volte suggerito direttamente al presidente Trump – scavalcando bellamente il capo del Pentagono – l’idea di un ammodernamento aggressivo delle unità navali, come se il tycoon fosse ancora il manager che ascolta i suoi vice senza passare per i direttori intermedi. Hegseth, da parte sua, non ha gradito, e dopo un avvertimento – dimettiti o ti caccio – ha deciso di passare ai fatti, senza neppure attendere che Phelan riuscisse a rintracciare qualcuno alla Casa Bianca per tentare un disperato ricorso.
Navi da guerra nel Golfo e un siluramento social, la guerra di posizione diventa interna
Il tutto mentre la Us Navy è impegnata in uno dei più tesi confronti con la Repubblica islamica, tra blocchi iraniani nello Stretto e controblocchi americani. Un contesto, questo, che rende ancora più clamoroso il tempismo del licenziamento: Phelan se n’è andato proprio mentre due portaerei incrociano in acque calde, e la Casa Bianca, interpellata sulla tregua, ha risposto in modo secco – «Trump non ha dato una scadenza» – quasi a voler ribadire che la priorità, in questo momento, è sistemare le faccende interne più che cercare un’intesa con Teheran. Il portavoce del Pentagono, nel suo post di commiato, ha ringraziato Phelan per il «servizio prestato», ma il tono asciutto e la rapidità dell’annuncio hanno tradito tutto il nervosismo di un’amministrazione dove le pedine saltano senza preavviso.
La guerra dei comunicati e le dimissioni mai arrivate, Phelan in trappola
Phelan – che molti davano per vicinissimo al presidente, forse troppo per i gusti di Hegseth – stava ancora cercando un contatto alla Casa Bianca quando la dichiarazione ufficiale è già stata pubblicata. «A nome del segretario della Guerra e del vice segretario della Guerra, siamo grati», ha scritto Parnell. Una gratitudine espressa a cose fatte, mentre il diretto interessato si trovava di fatto già fuori, scaricato con un post. Nessuna riunione, nessun preavviso formale: solo la legge della purga, che in questa amministrazione sembra essere l’unica, vera procedura standard. Agli osservatori più attenti non è sfuggita la sostanziale contraddizione di un Pentagono che, da un lato, guida un’operazione navale di massima allerta e, dall’altro, si permette il lusso di decapitare al volo la propria marina militare.




