Dai siti sessisti a Caivano, l’inutilità del populismo penale
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Redazione Interno
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Davanti a fatti gravi, che emergono in modo eclatante e sollevano un’indignazione corale, il copione della risposta politica è sempre lo stesso: si annuncia l’introduzione di nuovi reati, o quantomeno si immagina che la strada giudiziaria sia, in ogni circostanza, la più utile. Di certo, è quella politicamente più semplice e immediata, come dimostra la recente ondata di sdegno per il caso dei siti internet che hanno pubblicato, senza alcuna autorizzazione, immagini di centinaia di donne – tra cui numerose politiche e parlamentari di tutti gli schieramenti – esposte alla mercé di commenti sessisti e anonimi.
La pagina Facebook «Mia moglie», per citarne una ormai chiusa da Meta, rappresentava una delle espressioni più becere di questa barbarie digitale, alimentata dalla nostra collettiva ignavia. Tuttavia, non è certo con il disgusto o con lo sdegno morale – per quanto comprensibili e ampiamente espressi da molte donne – che si risolvono simili problemi. È necessario comprendere, piuttosto, che per alcuni questi comportamenti costituiscono un vero e proprio affare: chi crea simili piattaforme sa bene di poterlo fare, contando sul fatto che i gestori dei social privilegiano il traffico, che genera introiti pubblicitari, e l’eccesso provocatorio e umiliante ne produce in abbondanza.
In questo contesto, le forze dell’ordine si sono mosse: la Polizia postale ha infatti inviato ai pm di Roma un’informativa relativa alle foto illecitamente pubblicate su siti come Ficha.eu e sul già citato gruppo Facebook, avviando un’inchiesta per risalire ai gestori delle piattaforme e per identificare, per quanto possibile, gli autori dei commenti più violenti. Tra le vittime, come noto, figurano sia donne comuni che personaggi pubblici, accomunate dalla medesima violazione della propria intimità.




