miart 2026 chiude la trentesima edizione tra vendite controllate e il disorientamento della nuova sede

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Si è conclusa oggi la trentesima edizione di miart, la fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea organizzata da Fiera Milano che, diretta per l’ultimo anno del mandato da Nicola Ricciardi, ha scelto di omaggiare John Coltrane con il titolo “New Directions” in occasione del centenario dalla nascita del sassofonista. Una scelta, quella di ispirarsi al potere trasformativo del jazz, che ha tentato di coniugare la celebrazione di un importante traguardo storico – le trenta candeline spente simbolicamente tra i padiglioni – con uno slancio progettuale verso il futuro, sebbene la marcia di avvicinamento a questo nuovo corso si sia rivelata più accidentata del previsto.

L’impatto della South Wing e il “labirinto” di Allianz MiCo

Il cambio di location, con il trasferimento nella South Wing di Allianz MiCo, rappresentava la scommessa più rischiosa di questa edizione e, a giudicare dai riscontri raccolti tra gli addetti ai lavori, si è rivelata anche il tasto più dolente. Se da un lato lo spazio immerso nel verde con vista sulle torri di CityLife ha positivamente impressionato i visitatori provenienti da fuori città, offrendo un ingresso scenografico e aree panoramiche inedite, dall’altro l’esperienza espositiva interna ha spesso disorientato. I percorsi, articolati su tre piani, sono stati descritti da più parti come labirintici e a tratti “a ostacoli”, con una segnaletica non sempre all’altezza della situazione. Per molti espositori, la sensazione è stata quella di una funzionalità sacrificata sull’altare dell’estetica, laddove i collezionisti – abituati alla fluidità della sede storica – apparivano spaesati e meno inclini a esplorare i piani superiori, relegati in una posizione “meno integrata” e non sempre immediatamente raggiungibile.

Il mercato: assenti i super-ricchi e vendite soft per le opere importanti

Sul fronte commerciale, l’edizione 2026 ha restituito una fotografia di mercato prudente, se non francamente attendista. Contrariamente alle aspettative di inizio anno, non si sono materializzate le folle di stranieri super-ricchi – quei facoltosi residenti attirati a Milano dai vantaggiosi trattamenti fiscali – capaci di innescare quelle acquisizioni da capogiro che spesso infiammano le cronache delle grandi fiere. Le vendite si sono concentrate prevalentemente nelle fasce di prezzo basse o medie; e se per le opere di importo contenuto (si pensi ai lavori giovanili tra i 1.500 e i 10.000 euro) il mercato ha tenuto, registrando anzi diversi sold out per alcuni giovani artisti, maggiore è stato l’affanno per le opere importanti e dai cartellini più pesanti. Il risultato è stato quello di una fiera vitale ma senza exploit, dove la qualità dell’incontro ha spesso prevalso sulla quantità delle transazioni.

Il sistema dei premi e il respiro internazionale

Nonostante le difficoltà logistiche, la macchina organizzativa di miart ha comunque messo in moto un robusto sistema di riconoscimenti, a conferma della volontà di sostenere la ricerca artistica nonostante un contesto di vendite contratte. Il Fondo di Acquisizione di Fondazione Fiera Milano, del valore di 100mila euro, ha selezionato dieci opere destinare alla propria collezione, spaziando da Vivian Suter a Giosetta Fioroni. A corroborare l’internazionalità dell’evento ci ha pensato la rete di contatti VIP, che ha registrato una crescita del 20% nella loro presenza in fiera, con il 70% di questi provenienti da 27 Paesi esteri. Un dato che suggerisce come, al netto di una sede ancora da rodare e di un mercato che trattiene il respiro, miart conservi la capacità di attrarre uno sguardo globale, gettando le basi per quella “nuova direzione” che, forse, avrà bisogno di più di un’edizione per essere realmente intonata.

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