Il crollo di IBM e la psicosi del mercato azionario: come un post sull’intelligenza artificiale di Anthropic ha cancellato trenta miliardi di dollari in poche ore, e perché la vicenda ci interroga sul rapporto tra finanza e narrazione tecnologica
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Redazione Economia
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C’è una tendenza molto umana, spiegano gli strateghi d’investimento interpellati nelle ultime ore, che purtroppo domina anche i ragionamenti di breve dei grandi gestori di Wall Street: trovare una spiegazione semplice a un evento complesso, oppure cercare giustificazioni a quanto accaduto di recente – e magari anche alle proprie perdite – ricorrendo però sempre a una chiave di lettura elementare, e forse fin troppo semplicistica. Quando una ricerca di nicchia, un post tecnico pubblicato sul blog di una startup, riesce a spostare trilioni di capitalizzazione in poche ore, significa che il mercato non stava cercando dati, ci dicono gli analisti; stava cercando una storia. E ieri, o forse sarebbe meglio dire lunedì, quella storia è arrivata nelle forme di un annuncio di Anthropic, società considerata tra le più innovative nel panorama dell’intelligenza artificiale generativa. Per i mercati azionari globali, con l’eccezione parziale di Piazza Affari grazie al balzo del 6,8% di Enel che ha sorretto il FTSE MIB, non è stato un lunedì nero in senso tecnico, ma è stato certamente un lunedì rivelatore. Le Borse hanno chiuso per lo più in calo, con l’S&P 500 a -1%, il Nasdaq 100 a -1,2% e il Russell 2000, l’indice delle piccole imprese americane, a -1,6%, ma il vero terremoto si è consumato sui titoli legati al mondo dei servizi IT e della gestione dei sistemi legacy.
Claude Code, il Cobol e la reazione immediata degli investitori
Il colosso IBM, che da decenni costruisce la propria forza sulle macchine mainframe e sui servizi di consulenza per le grandi aziende, ha visto le proprie azioni precipitare del 13,2 per cento nella seduta del 23 febbraio, segnando il calo più marcato dal crollo della bolla tecnologica dell’ottobre 2000 -1. A innescare la débâcle, che ha polverizzato circa trenta miliardi di dollari di valore di mercato, è stato un annuncio apparentemente settoriale: Anthropic ha presentato Claude Code, una nuova funzionalità del suo modello in grado di automatizzare parti consistenti del processo di ammodernamento del COBOL, quel linguaggio di programmazione concepito alla fine degli anni Cinquanta – il nome è l’acronimo di COmmon Business-Oriented Language – che ancora oggi, nonostante l’età, regge il funzionamento della stragrande maggioranza degli sportelli ATM, dei sistemi bancari, delle prenotazioni aeree e delle applicazioni governative a livello planetario -1-3. Il COBOL, spiegano gli esperti, è un linguaggio poco amato dalle nuove generazioni di sviluppatori, ma è stato utilizzato per decenni nella creazione di applicativi che si sono rivelati stabili e funzionali, resistendo a millennium bug e al succedersi di piattaforme hardware e sistemi operativi di nuova generazione. Il problema, naturalmente, è che gli ingegneri che scrissero quel codice sono da tempo in pensione, e la competenza specifica è ormai merce rara e costosa -3.
La promessa di Claude Code, secondo quanto scritto da Anthropic, è quella di compiere in alcuni trimestri un lavoro che tradizionalmente richiederebbe anni e eserciti di consulenti: mappare le dipendenze di migliaia di linee di codice, documentare flussi di lavoro dimenticati, identificare rischi operativi e, in prospettiva, assistere nella traduzione del codice verso linguaggi moderni come Java -1-9. Il mercato ha interpretato questa notizia come una minaccia esistenziale per il business dei mainframe IBM, che per decenni ha beneficiato di una sorta di monopolio di fatto: se diventa economicamente sostenibile migrare via i carichi di lavoro dalle vecchie macchine, ragionano gli investitori, cosa ne sarà delle revenue legate alla manutenzione e ai contratti di consulenza pluriennali? Il solo sospetto che l’intelligenza artificiale possa rendere improvvisamente obsoleto un intero settore di attività ha innescato vendite a raffica, contagiando peraltro anche i titoli dei grandi servizi IT indiani, con l’indice NIFTY IT che ha lasciato sul terreno quasi il cinque per cento nella seduta successiva -3.
La difesa di IBM e la complessità della modernizzazione
La reazione della società fondata da Thomas Watson, va detto, non si è fatta attendere, e ha cercato di riportare la discussione su un binario più tecnico e meno emotivo. IBM, che peraltro già dal 2023 ha messo a punto propri strumenti basati sull’intelligenza artificiale – come Watsonx Code Assistant for Z – in grado di analizzare e convertire codice COBOL in Java, ha fatto notare attraverso i suoi dirigenti che il mercato sta forse confondendo due piani distinti -5-9. Da un lato c’è la traduzione del codice, che è un’operazione complessa ma alla fine meccanica; dall’altro, e qui sta il punto cruciale, c’è la modernizzazione dell’intera piattaforma, che coinvolge l’architettura dei dati, la sicurezza, le performance e un’integrazione hardware-software che richiede decenni di ottimizzazioni -9. Il codice, insomma, è solo la punta dell’iceberg: sotto la superficie rimangono problemi di reingegnerizzazione dei processi, di garanzia della continuità operativa, di gestione della transizione senza interrompere sistemi che devono funzionare 24 ore su 24, sette giorni su sette. Inoltre, come ha sottolineato l’amministratore delegato Arvind Krishna in recenti comunicazioni, i clienti che scelgono i mainframe IBM non lo fanno per amore del COBOL, ma per l’affidabilità complessiva del sistema, per la sicurezza e per la capacità di processare volumi enormi di transazioni, caratteristiche che una semplice riscrittura del codice non può garantire automaticamente -5.
Il contesto più ampio tra psicosi di mercato e opportunità
Al di là del caso specifico, e della comprensibile difesa del proprio business da parte di IBM, la vicenda getta una luce interessante sul clima che si respira oggi a Wall Street. Il 2026 è iniziato all’insegna di una volatilità inusuale per i titoli tecnologici, con oscillazioni violente innescate da ogni nuovo annuncio legato all’intelligenza artificiale. Basti ricordare che a fine gennaio, un analogo post di Anthropic relativo a funzionalità di sicurezza per Claude aveva provocato un sell-off generalizzato sui titoli della cybersecurity, con perdite stimate intorno ai trecento miliardi di dollari in una sola seduta -5. Gli investitori, in questa fase, sembrano muoversi secondo una logica binaria: ogni innovazione viene letta come una potenziale minaccia per gli attori consolidati, senza troppa attenzione alle sfumature o ai tempi di implementazione reali. Eppure, come alcuni analisti più avveduti iniziano a notare, la stessa tecnologia che spaventa potrebbe rivelarsi una leva di crescita. Se è vero che nel mondo ci sono tra gli ottocento e i mille miliardi di linee di codice COBOL ancora operative, e se è vero che il costo di riscrittura potrebbe scendere dagli attuali dieci-dodici dollari a linea a circa due dollari grazie all’automazione, allora ci troviamo di fronte a un mercato potenziale da migliaia di miliardi di dollari che l’intelligenza artificiale potrebbe rendere improvvisamente accessibile -3. La paura della disgregazione, insomma, rischia di far passare in secondo piano l’opportunità di un rinnovamento che potrebbe coinvolgere l’intera infrastruttura digitale dell’economia globale, e che vedrebbe aziende come IBM – con la loro conoscenza profonda dei sistemi e la loro capacità di integrazione – giocare comunque un ruolo da protagoniste, anche se in forme diverse dal passato. La ragione, in questi frangenti, fatica a farsi strada tra i boati dei venditori allo scoperto e il rumore di fondo delle notifiche sui terminali Bloomberg.




