Il fantasma del Cobol e la disfatta di Big Blue: come l’annuncio di Anthropic ha cancellato 13 miliardi in un giorno
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Redazione Economia
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C‘è chi ancora crede che Wall Street si muova solo sui bilanci, sugli utili o sui tassi della Fed. Poi arriva un lunedì qualunque di fine febbraio e ti ricorda che, a volte, basta un post per innescare un terremoto. Succede quando a parlare non è un analista, ma l’intelligenza artificiale di Claude, quella di Anthropic, che con un annuncio apparentemente tecnico — la possibilità di modernizzare il linguaggio Cobol con il suo strumento Claude Code — ha fatto sprofondare le azioni di Ibm del 13,15% -1. Un tonfo da 25 anni non si vedeva, roba che bisogna tornare allo scoppio della bolla delle dot-com per trovare un tracollo simile, e il dato, per quanto freddo, racconta una storia di psicosi finanziaria e di un mercato che reagisce più alle narrazioni che ai fondamentali -2.
Il punto, se ci si ferma a riflettere, non è tanto la tecnologia in sé, quanto ciò che essa rappresenta. Il Cobol, acronimo di Common Business-Oriented Language, è quel linguaggio nato alla fine degli anni Cinquanta che ancora oggi, silenzioso e invisibile, regge l’impalcatura digitale su cui poggiano banche, assicurazioni e persino il 95% delle transazioni bancomat negli Stati Uniti -1. Un mostro sacro e ingombrante, costato agli istituti finanziari fortune in manutenzione e consulenze. La promessa di Anthropic, invece, è dirompente: automatizzare l’esplorazione e l’analisi di quel codice vetusto, riducendo i tempi di migrazione da anni a trimestri e, soprattutto, tagliando i costi in modo drastico -7. Ecco, allora, che il castello di carte su cui Ibm ha costruito per decenni la sua rendita di posizione — quella dei mainframe e dei servizi legati alla gestione del Cobol — ha iniziato a tremare.
Il mercato, si sa, non ama le incertezze, e la reazione è stata quella classica del “vendi prima, chiedi dopo”. Gli investitori hanno visto nell’annuncio di Claude Code non un’opportunità, ma la fine di un’era: se l’intelligenza artificiale diventa in grado di mappare dipendenze, generare documentazione e identificare rischi che a un umano richiederebbero mesi di lavoro, allora il modello di business che ruota attorno alla lenta e costosa modernizzazione dei sistemi legacy rischia di saltare -3. La paura, insomma, è che la barriera all’ingresso — quella che proteggeva Ibm dalla concorrenza — venga spazzata via da un algoritmo, e che l’azienda di Armonk, nonostante i suoi sforzi nel proporre soluzioni ibride con watsonx, perda la presa sui clienti che per decenni ha blindato con i suoi sistemi proprietari -6.
Sarebbe riduttivo, però, leggere questa vicenda solo come un caso di scuola legato a un singolo linguaggio di programmazione. Ciò che è accaduto lunedì è il sintomo di una tendenza più ampia, quella che vede nell’AI un potenziale elemento di disintermediazione capace di colpire chiunque. Se la scorsa settimana era toccato ai titoli della cybersecurity, spaventati da un’altra funzionalità di Claude Code dedicata alla scansione delle vulnerabilità, stavolta è toccato al colosso storico dell’informatica -5. L’effetto valanga, in un contesto di mercato già nervoso per le incertezze macroeconomiche e per le nuove politiche commerciali dell’amministrazione Trump, ha fatto il resto, amplificando un movimento ribassista che, numeri alla mano, ha portato Ibm a perdere il 27% del suo valore nell’arco di un solo mese -2.




