Gli orfani speciali, il peso di un'assenza doppia e la sfida di una tutela ancora incompiuta

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si contano a centinaia, talvolta si perdono nelle statistiche, eppure ciascuno di loro porta il peso di una ferita che non si rimargina: sono i figli delle donne uccise per mano del padre, quelli che la burocrazia definisce “orfani speciali” e che la cronaca, troppo spesso, trasforma in numeri. Una condizione, la loro, che non significa soltanto subire la perdita violenta della madre, ma anche fare i conti con l’assenza – dovuta al carcere o al suicidio – di chi quella violenza l’ha commessa, e azzerando di fatto ogni residuo di nucleo familiare. Se ne è discusso nei giorni scorsi in un convegno promosso dall’Associazione mondiale delle giornaliste e scrittrici (Ammpe) presso la Biblioteca del Senato, un’occasione per fare il punto su quanto è stato fatto, ma soprattutto su quanto ancora si debba fare per garantire a questi minori un futuro che non sia segnato solo dall’abbandono.

La memoria che riaffiora e i numeri di una ferita collettiva

Tra le voci che hanno rotto il silenzio, emerge con forza quella di Giovanna Cardile, che aveva appena cinque anni quando suo padre uccise la madre, una sera di venerdì santo di quarantun anni fa. Il ricordo è scolpito nella memoria: la nonna che apre la porta, l’uomo con un fucile nascosto in un sacco nero, gli spari, la caduta in una pozza di sangue. Lei, accanto alla madre, cercò di frapporsi tra i due, ma venne spostata con violenza, prima che lui colpisse ancora. Testimonianze come la sua – e come quella di Maria Giovanna Russo, madre di Annalisa Rizzo, vittima di femminicidio ad Agropoli, che oggi si trova a crescere la nipote con la responsabilità di una madre – restituiscono il volto umano di una tragedia che ha dimensioni precise.

I dati presentati durante l’incontro romano parlano chiaro: sono 253 gli orfani presi in carico dal bando “A Braccia Aperte” di “Con i bambini” negli ultimi cinque anni, con una distribuzione geografica che vede 74 minori al nord e 179 tra centro, sud e isole. Di questi, nel 40% dei casi, i bambini erano presenti al momento del delitto, e l’84% è a conoscenza della verità su quanto accaduto. Un dato, quest’ultimo, che smentisce la presunta necessità di tacere, evidenziando piuttosto l’urgenza di percorsi di sostegno psicologico strutturati e continui nel tempo.

L’impegno delle regioni e la ricerca scientifica come bussola

Parallelamente al dibattito nazionale, si muovono iniziative concrete a livello territoriale. In Regione Lombardia, lunedì 9 marzo, sono state presentate due borse di studio promosse dall’Osservatorio Nazionale Indipendente sugli Orfani Speciali (ONISOS) e finanziate dalla Fondazione Bambini nel Cuore, destinate a due psicologhe ricercatrici che approfondiranno l’impatto della violenza assistita sullo sviluppo cerebrale di bambini e adolescenti, e l’analisi delle tutele attualmente previste per questi minori. Un investimento nella conoscenza che, come sottolineato dalla presidente di ONISOS, Stefania Bartoccetti, vuole tradursi in strumenti concreti per non lasciarli soli nel loro percorso di crescita.

Dai dati emersi in quell’occasione, si scopre che nel 2024 sono state presentate le istanze di 86 nuovi orfani. E se il Fondo di rotazione del Ministero dell’Interno ha stanziato 11,4 milioni di risorse, i benefici effettivamente deliberati ammontano a poco più di 607mila euro, segno evidente che la misura è ancora poco conosciuta e, di conseguenza, scarsamente richiesta. La maggior parte di queste erogazioni è andata a famiglie affidatarie, seguite da borse di studio e, in misura minore, da spese mediche e formative. L’utilizzo dell’intelligenza artificiale per l’analisi dei dati, inoltre, ha permesso di affinare le stime, stabilendo che negli ultimi cinque anni e mezzo ci sono stati 183 orfani di crimini domestici, con una media di circa 40 all’anno e una percentuale dell’80% riconducibile a femminicidi.

La complessità di una doppia assenza

La particolarità di questi minori, come è stato osservato, risiede nella natura stessa del loro status: non sono orfani nel senso comune del termine, perché perdono la madre per mano di colui che, paradossalmente, avrebbe dovuto proteggerli. Una condizione che l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Carla Garlatti, intervenuta in un precedente incontro al Senato, aveva definito come il rischio di diventare “vittime due volte”: dell’evento in sé e delle sue conseguenze, fatte di tensioni, sensi di colpa e difficoltà economiche. Il padre, se non si toglie la vita, finisce in carcere per lunghi anni, e il bambino si ritrova sospeso in un vuoto affettivo e identitario difficile da colmare.

In questo quadro si inserisce anche la proposta di legge presentata da Mara Carfagna, che punta all’istituzione di un registro nazionale degli orfani di femminicidio – stimati in circa 3.500 minorenni – per garantire un monitoraggio costante e interventi mirati. Un tentativo di dare ordine a un fenomeno che, proprio per la sua frammentarietà, rischia di disperdere le poche risorse disponibili e di lasciare indietro proprio coloro che avrebbero più bisogno di una rete stabile.

Le radici profonde di un trauma da riconoscere

La consapevolezza, maturata anche grazie al lavoro di osservatori come ONISOS e alle iniziative della Regione Abruzzo – dove la Commissione Pari Opportunità ha annunciato una legge regionale con misure di sostegno economico e psicologico per minori e affidatari – è che non si possa più parlare di questi bambini come di semplici “vittime collaterali”. La loro è una condizione specifica, che richiede competenze specifiche: psicologi, assistenti sociali, avvocati e insegnanti devono formarsi per riconoscere i segnali e intervenire tempestivamente, evitando che il trauma si cronicizzi.

Perché, come insegna la storia di Giovanna Cardile, il ricordo di quella sera non svanisce. E se lo Stato non si fa carico di costruire un percorso di cura e di accompagnamento, il rischio è che l’ombra di quel lago di sangue continui ad allungarsi per tutta una vita, segnando non solo chi è sopravvissuto, ma anche le generazioni successive. Una responsabilità collettiva, dunque, che non ammette più rinvii.

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