Il kebab farà parte della cucina italiana. Caprarica e l'avvertimento a Meloni

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Durante l’ultima puntata dell’“Aria che Tira” su La7, il giornalista David Parenzo ha ospitato un dibattito, tra i molti possibili, che ha toccato un nervo scoperto della recente celebrazione nazionale: il riconoscimento Unesco della cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Una delibera arrivata all’unanimità dal comitato riunito a New Delhi, la quale, pur sancendo un primato mondiale innegabile per l’intero sistema di saperi e pratiche sociali legate al cibo nel nostro Paese, ha immediatamente generato una ridda di interpretazioni e strumentalizzazioni. Proprio mentre la Rai dedicava spazi, come nella trasmissione “Fuori dal Comune” in collaborazione con l’Anci, per approfondire il ruolo dei territori e delle tradizioni gastronomiche natalizie all’interno di questo patrimonio, la politica sembrava già aver imboccato una strada diversa, trasformando un atto culturale in un potente strumento di narrazione identitaria.

La distanza tra il riconoscimento Unesco e la sua narrazione

Nei documenti ufficiali dell’organizzazione, infatti, il perimetro è chiaro e va ben oltre la semplice enumerazione di piatti: si parla espressamente di pratiche sociali condivise, di saperi trasmessi tra generazioni, di rituali quotidiani legati ai cicli delle stagioni e alla specificità dei luoghi. Una visione olistica e inclusiva, che la narrazione politica dominante ha invece rapidamente ridotto a una questione di confini, di appartenenza esclusiva e di mercato, finendo per alimentare polemiche del tutto estranee allo spirito originario del riconoscimento. È in questo solco che si è inserita, ad esempio, la controversia sollevata dal quotidiano altoatesino Dolomiten, il quale ha sostenuto che i canederli non apparterrebbero alla tradizione culinaria italiana, suscitando la pronta replica di Paolo Torboli, oste di Rovereto, il quale ha sottolineato come un simile riconoscimento dovrebbe unire piuttosto che dividere.

Una cucina dinamica e non museale

La questione, però, va ben oltre una singola ricetta contesa. Il monito lanciato durante la trasmissione di Parenzo, che dà il Titolo a questo articolo, va interpretato proprio in questa chiave più ampia: dichiarare che “il kebab farà parte della cucina italiana” non è una provocazione fine a se stessa, ma un’affermazione di principio sulla natura viva e in evoluzione della cultura alimentare. Suggerisce, in altre parole, che il patrimonio Unesco non può e non deve essere imbalsamato in una teca, diventando uno slogan da brandizzare, ma deve essere considerato per quello che è sempre stato: un organismo dinamico, capace di assorbire influenze, di integrare nuovi ingredienti e di rigenerarsi attraverso scambi e contaminazioni. Il rischio opposto, quello di una cucina trasformata in retorica nazionalista, è evidente e stride palesemente con la ricchezza fatta di sincretismi regionali che ha reso grande la tavola italiana nel mondo.

Il valore reale oltre la propaganda

Il dibattito televisivo ha quindi il merito di riportare l’attenzione sul significato profondo di quel voto a New Delhi. Un significato che risiede nella tutela di un modo di vivere, di un insieme di gesti, di conoscenze pratiche e di rapporti sociali che ruotano attorno alla preparazione e alla condivisione del cibo. Concentrarsi su ciò che esclude, piuttosto che su ciò che include, significa tradire lo spirito stesso della candidatura. La vicenda dei canederli, come qualsiasi altra disputa su confini culinari, dimostra quanto sia facile deviare verso sterili campanilismi, dimenticando che la forza di quella tradizione riconosciuta dall’Unesco sta proprio nella sua capacità di essere plurale, locale e al tempo stesso coesa. La sfida, ora, è proteggere questa complessità dalle semplificazioni, permettendo al patrimonio di respirare e di crescere, invece di rinchiuderlo in definizioni rigide che ne soffocherebbero l’essenza più autentica.

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