Manovra 2026, l'oro della Banca d'Italia passa allo Stato mentre a Palazzo Chigi si limano gli emendamenti
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Redazione Interno
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Nell'intricato labirinto di cifre e commi che definisce la manovra economica per il 2026, un emendamento particolarmente significativo, presentato da Lucio Malan, ha superato il vaglio dell'inammissibilità, imponendo una svolta storica nella gestione delle riserve auree nazionali. La proposta, che si inserisce in un dibattito tecnico-giuridico di lunga data, stabilisce infatti che le ingenti riserve d'oro, sino ad oggi custodite e iscritte nel bilancio della Banca d'Italia come attività proprie dell'Istituto, diventino di fatto proprietà diretta dello Stato, il quale le detiene «in nome del Popolo italiano». Questa modifica, che tocca un simbolo potente della sovranità economica, ridefinisce lo status giuridico del metallo prezioso, trasferendolo formalmente nella disponibilità dell'erario, in un contesto, quello della legge di Bilancio da 18,7 miliardi, dove ogni risorsa è oggetto di un attento scrutinio.
Il vertice a Palazzo Chigi per gli aggiustamenti tecnici
Proprio mentre il provvedimento è all'esame del Senato, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato un nuovo vertice con i leader di maggioranza, anticipato a oggi rispetto alla data originariamente prevista. L'incontro, che segue un tavolo analogo tenutosi la scorsa settimana, mira a sbloccare i nodi più controversi e a definire gli ultimi correttivi, concentrandosi su una serie di materie specifiche che spaziano dalla disciplina degli affitti brevi alle agevolazioni fiscali per gli investimenti, come l'estensione dell'iperammortamento e il regime applicabile ai dividendi. Non sono estranei alla discussione neppure i tentativi di favorire l'emersione di capitali, con particolare riferimento a quelli destinati agli investimenti in oro, un tema che, sebbene distinto dalla questione delle riserve ufficiali, ne condivide la medesima materia prima.
La tagliola degli emendamenti inammissibili
Il lavoro di limatura procede di pari passo con la severa selezione operata dagli uffici di Palazzo Madama, i quali hanno respinto in blocco 105 emendamenti presentati dai diversi gruppi parlamentari, giudicandoli inammissibili. Di questi, ben diciotto sono stati stralciati per motivi attinenti alla materia, una procedura che evidenzia i rigidi paletti procedurali entro i quali si deve muovere l'azione legislativa in materia di bilancio. La selezione, per quanto tecnica, ha un impatto diretto sul confronto politico, delimitando il perimetro delle possibili modifiche e costringendo i partiti a ricalibrare le proprie strategie negoziali su quanto rimane ammissibile, in un processo dove ogni comma modificato può avere ripercussioni significative.
Le implicazioni di un trasferimento simbolico e sostanziale
Il passaggio delle riserve auree allo Stato, al di là degli aspetti contabili, assume un rilievo che travalica la semplice questione di bilancio, configurandosi come un atto di forte valenza politica. L'emendamento approvato, infatti, non si limita a spostare una voce da un patrimonio a un altro, ma attribuisce allo Stato, in modo esplicito, la titolarità di un bene che incarna, più di ogni altro, la solidità finanziaria di una nazione. Questo intervento legislativo, che risolve una lunga disputa sulla qualifica giuridica dell'oro, arriva in un momento di grande attenzione per le finanze pubbliche, segnando un punto fermo in un dibattito che coinvolge da sempre istituzioni, economisti e giuristi.




