Triumph Trident 660 2026, il test: quando l’evoluzione diventa un salto di categoria
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Non capita tutti i giorni di assistere alla maturazione di un progetto senza che questo ne stravolga l’identità, eppure la casa di Hinckley ci è riuscita. Quando nel 2021 la Trident 660 fece il suo debutto, il sottoscritto la definì “un’entry level da manuale, forse la migliore del momento”, e il tempo, con il senno di poi, non ha certo smentito quell’impressione. Tuttavia, il segmento delle naked di media cilindrata, specialmente quelle pensate per chi si affaccia al mondo delle due ruote ma non solo, è diventato negli ultimi anni un campo di battaglia. L’arrivo di concorrenza agguerrita, unito alla pressione sempre più insistente dei costruttori cinesi, ha imposto ai marchi storici una riflessione profonda: non basta più confezionare un prodotto onesto e funzionante, perché anche una moto pensata come primo gradino deve ora possedere una dignità tale da far gola persino ai motociclisti più navigati. Ed è esattamente in questo contesto che si inserisce la strategia di Triumph per il Model Year 2026, una strategia che ha portato a un deciso “contrattacco” in termini di sostanza. La Trident 660, infatti, non si limita a un restyling di facciata, ma compie un vero e proprio salto in avanti, andando a occupare uno spazio finora meno esplorato per una moto di questa cilindrata, quello delle prestazioni da vera protagonista, senza per questo dimenticare la facilità di guida che ne ha decretato il successo.
Un tre cilindri che cambia volto: dalla semplicità alla sportività
Il cuore pulsante di questa trasformazione risiede sotto il serbatoio, e le modifiche apportate al propulsore da 660 cc non sono semplici ritocchi ma interventi chirurgici profondi. Se la versione precedente adottava un singolo farfallato, soluzione che privilegiava un’erogazione fluida e lineare, per il 2026 si è scelto di osare di più. I tecnici inglesi hanno infatti attinto a piene mani dal know-how sviluppato per la sportiva Daytona 660, dotando la Trident di tre corpi farfallati da 44 mm, uno per cilindro. Questo cambio di architettura, apparentemente tecnico, si traduce in una risposta del gas completamente diversa, più immediata e corposa, e in un allungo che non si esaurisce come un tempo. Il risultato è un incremento di potenza tutt’altro che trascurabile, con la cavalleria che balza da 80 a 95 CV, un valore che porta la piccola naked inglese a ridosso del limite massimo sfruttabile dalla patente A2, ovviamente dopo averla depotenziata. Parallelamente, la coppia massima sale a 68 Nm, ma il dato più impressionante è la curva di erogazione: l’80 per cento della coppia è disponibile costantemente dai 3.000 fino a 12.000 giri al minuto, il che significa che il motore spinge con decisione praticamente sempre, senza mai buchi o vuoti, come se avesse un motore elettrico.
Ciclistica ed elettronica: il telaio si allarga per accogliere la potenza
L’aumento delle prestazioni non poteva essere semplicemente innestato sul telaio della vecchia generazione, e Triumph lo sapeva bene. Per far spazio ai nuovi corpi farfallati e al maggior flusso d’aria, il telaio è stato leggermente allargato, una modifica strutturale che ha richiesto un aggiornamento anche della geometria generale della moto. L’angolo del cannotto di sterzo è ora di 24,5 gradi e il passo si allunga di un millimetro, dettagli che contribuiscono a mantenere la stabilità senza sacrificare l’agilità che ha sempre contraddistinto questo modello. Le sospensioni, affidate ancora una volta a Showa, vedono all’anteriore la conferma della forcella a steli rovesciati da 41 mm, mentre al posteriore fa il suo esordio un nuovo monoammortizzatore regolabile non solo nel precarico ma anche nel ritorno idraulico, una chicca che permette di mettere a punto l’assetto in base allo stile di guida. Il pacchetto elettronico, poi, è forse uno degli aspetti più sorprendenti per una moto che resta comunque l’accesso al mondo Triumph. La presenza di una piattaforma inerziale a sei assi (IMU), introdotta già nel 2025, consente di avere un ABS cornering e un controllo di trazione che lavorano in funzione dell’angolo di piega, rendendo la guida sportiva non solo più divertente ma anche più sicura. Il cruise control e il quickshifter bidirezionale, ricalibrato per adattarsi ai nuovi rapporti del cambio, sono ormai di serie, a testimonianza di una volontà precisa di offrire un prodotto completo sotto ogni punto di vista.
Design e dettagli: la maturità estetica di una roadster
Guardandola, la nuova Trident 660 non stravolge le linee che l’hanno resa celebre, e forse è meglio così. Il merito va ancora una volta alla matita di Rodolfo Frascoli, capace di mantenere quel mix vincente tra un richiamo al passato e un’estetica modernamente minimalista. Le modifiche più evidenti riguardano il serbatoio, ora più largo e scolpito con incavi per le ginocchia più profondi, che oltre a migliorare il look dovrebbero garantire un controllo superiore nella guida più sostenuta. Anche la sella è stata ridisegnata, diventando un elemento separato in due pezzi, il che permette tra l’altro di montare un coprisella monoposto per un look ancora più grintoso. Sotto l’aspetto delle finiture, la qualità percepita rimane alta, con accoppiamenti precisi e una cura per i dettagli che non è certo scontata in questa fascia di prezzo, nonostante la produzione avvenga in Thailandia. Nuovo è anche il gruppo ottico anteriore a LED, che rinfresca il frontale senza stravolgerne l’identità. Il cruscotto, pur mantenendo la soluzione mista con display LCD e piccolo pannello TFT, può apparire meno appariscente rispetto a certi concorrenti che montano schermi colorati di grandi dimensioni, ma resta perfettamente funzionale e leggibile, oltre a integrare la connettività con lo smartphone per la navigazione turn-by-turn.
Description: Prova della Triumph Trident 660 2026: il motore sale a 95 CV, telaio rivisto e sospensioni aggiornate. Ecco come cambia la naked inglese.




