Il doppio binario di Teheran: tra esercitazioni con Mosca e negoziati a Ginevra, l'Iran gioca la partita della deterrenza

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il 19 febbraio 2026 le acque del Golfo di Oman e quelle dell’Oceano Indiano settentrionale sono diventate il teatro di una nuova, imponente esercitazione navale congiunta. Le marine della Repubblica Islamica dell’Iran e quelle della Federazione Russa hanno dato vita a manovre militari che, per portata e tempismo, rappresentano un segnale chiaro e articolato, difficilmente ignorabile dagli osservatori internazionali. L’operazione, che ha visto la partecipazione di unità di superficie della marina regolare iraniana e del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione, i pasdaran, insieme a velivoli e forze speciali russe, non si è limitata a un mero dispiegamento di potenza -1. Fonti ufficiali, citate dall’agenzia di stampa Isna, hanno precisato come l’esercitazione abbia incluso complesse simulazioni di liberazione di navi sequestrate, con l’impiego di cacciatorpedinieri, unità missilistiche e mezzi d’assalto rapido, al fine di affinare il coordinamento tattico e la capacità di risposta in scenari operativi ad alta intensità -1. Una dimostrazione di forza che giunge al culmine di una settimana già segnata da significative tensioni: nei giorni immediatamente precedenti, lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita una percentuale enorme del commercio energetico mondiale, era stato temporaneamente chiuso dai pasdaran per proprie esercitazioni, un avvertimento nella sostanza più che nella forma -1-3.

Mentre i siluri disegnavano traiettorie nelle acque del Golfo, a Ginevra si consumava l’ennesimo atto di una diplomazia faticosa e indiretta. Il secondo round di negoziati tra Teheran e Washington, mediati dall’Oman, si è concluso senza quell’attesa svolta, nonostante un cauto ottimismo filtrato da entrambe le delegazioni -2. L’inviato speciale americano Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, pur incontrandosi nello stesso edificio, non hanno mai parlato direttamente, un formato ormai consueto che testimonia la sfiducia profonda tra le parti -2-5. Sul tavolo, ancora una volta, il nodo del programma nucleare e la richiesta iraniana di un alleggerimento concreto delle sanzioni economiche, quelle sanzioni che, come spiegato dall’accademica Farian Sabahi in una recente lectio magistralis alla John Cabot University, non sono solo uno strumento geopolitico ma una variabile interna capace di determinare la stabilità sociale dell’intero paese -4. Inflazione galoppante e svalutazione del rial comprimono il potere d’acquisto e alimentano mercati paralleli, rendendo la società al contempo più vulnerabile e meno propensa a mobilitazioni prolungate.

Il fattore pasdaran e la paura che viene dal mare

La scelta di condurre queste manovre proprio ora, in concomitanza con il round negoziale di Ginevra, non è affatto casuale e rivela una strategia consolidata. L’Iran, infatti, non considera la diplomazia e la deterrenza militare come alternative, bensì come due facce della stessa medaglia. A spiegarlo, nel suo intervento capitolino, è stata Farian Sabahi, che ha delineato i contorni di un sistema di potere complesso, dove i pasdaran giocano un ruolo centrale non solo sul piano bellico ma anche su quello economico e politico -4. La loro capacità di controllare i confini e, in un regime di sanzioni, i flussi commerciali che li attraversano, li trasforma in un attore con interessi materiali radicati, tutt’altro che incline a compromessi che ne ridurrebbero l’influenza. E lo Stretto di Hormuz rappresenta la loro leva strategica per eccellenza: non serve nemmeno chiuderlo del tutto, talvolta basta la minaccia o una chiusura temporanea per far impennare i prezzi delle assicurazioni e creare fibrillazione nei mercati globali -4. Un messaggio inequivocabile, raccolto e amplificato dalla presenza russa, che suggella un’alleanza tattica sempre più stretta in funzione anti-americana.

L’escalation retorica, del resto, non arriva solo da Teheran. Il presidente americano Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha riacceso i riflettori sulla regione con dichiarazioni e mosse tutt’altro che concilianti. Alla molecolare pressione diplomatica esercitata a Ginevra, Washington ha affiancato un imponente spiegamento di forze nel Medio Oriente, con due portaerei e i relativi gruppi di battaglia posizionati in prossimità delle acque contese -8. Un “armada bellissima”, l’aveva definito lo stesso Trump, che nelle ultime ore ha anche lasciato intendere la possibilità di fissare una sorta di ultimatum per un accordo sul nucleare, ventilando scenari di intervento militare qualora la diplomazia dovesse fallire definitivamente -8. Una posizione che, se da un lato mira a forzare la mano ai negoziatori iraniani, dall’altro rischia di innescare una pericolosa dinamica di reazioni a catena, dove un incidente, anche minimo, nello spazio angusto dello Stretto di Hormuz potrebbe degenerare in un conflitto aperto.

La vulnerabilità inespressa dei vicini del Golfo

E qui si inserisce un altro tassello del mosaico mediorientale, quello che riguarda gli altri attori della regione, quelli che di questa crisi potrebbero pagare il prezzo più alto. Nel suo intervento, Farian Sabahi ha spostato l’attenzione su un aspetto spesso poco considerato ma di cruciale importanza: la paura dei vicini del Golfo. Qatar, Emirati Arabi Uniti, e lo stesso Oman, che pure funge da mediatore, guardano con apprensione allo scontro in atto -4. Il loro timore, ha spiegato Sabahi, non è tanto un attacco militare diretto ai loro territori, quanto piuttosto un collaterale danneggiamento delle infrastrutture critiche. Un conflitto allargato, magari con basi americane situate nei loro paesi che diventano bersagli di rappresaglie, potrebbe mettere fuori uso gli impianti di desalinizzazione, da cui dipende l’intero approvvigionamento idrico di queste nazioni. Senza acqua, senza elettricità per i condizionatori d’aria e gli ascensori dei loro grattacieli, il castello di vetro della loro prosperità economica e stabilità sociale crollerebbe in poche ore -4. È per questo che spingono per la de-escalation e per un canale diplomatico sempre aperto, anche quando i cannoni parlano.

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